Questa serie Netflix è la dimostrazione che la Gen Z non è così diversa da quella dei Millennial (che tanto odia)
La serie Netflix che esplora il conflitto generazionale tra Millennial e Gen Z, dimostrando come ogni generazione sia destinata a ripetere gli errori della precedente.
Quando la prima stagione di Beef ha debuttato su Netflix, il pubblico è rimasto folgorato dalla ferocia con cui la serie esplorava la solitudine esistenziale attraverso una banale lite stradale tra due sconosciuti. Steven Yeun e Ali Wong si erano trasformati in specchi deformati l'uno dell'altra, due coreano-americani della stessa generazione ma di mondi economici opposti, uniti solo dalla rabbia. La seconda stagione cambia registro e alza la posta: non più individui contro individui, ma intere generazioni messe sotto la lente di ingrandimento. E il verdetto è brutale quanto illuminante.
La nuova stagione segue due coppie che si scontrano con la stessa intensità distruttiva vista in precedenza, ma questa volta il campo di battaglia è generazionale. Da una parte Josh e Lindsay, interpretati da Oscar Isaac e Carey Mulligan, rappresentano i Millennial ormai entrati nella fase dei quarant'anni, manager di un country club dove passano le giornate a lustrare gli ego dei ricchi e potenti. Dall'altra Ashley e Austin, incarnati da Cailee Spaeny e Charles Melton, sono due ragazzi della Gen Z che sgobbano come semplici dipendenti dello stesso club, cercando di sbarcare il lunario in un mondo che sembra progettato per tenerli ai margini.
La dinamica è familiare a chiunque abbia passato anche solo cinque minuti sui social media negli ultimi anni. Josh e Lindsay guardano Ashley e Austin con il disprezzo che solo chi si sente arrivato può permettersi: li considerano pigri, entitled, superficiali. I giovani ricambiano con uguale disgusto: i Millennial sono cringe, tossici, venduti al sistema, incapaci di autenticità. Entrambe le coppie sono convinte di una cosa fondamentale: loro non sono, e non saranno mai, come gli altri.
Ed è proprio qui che Beef costruisce la sua tesi più potente. Nel corso degli otto episodi, la serie smonta pezzo per pezzo questa convinzione. Non c'è pigrizia da una parte e corruttibilità dall'altra. Non ci sono giovani più puri o adulti più saggi. Ci sono solo esseri umani in fasi diverse dello stesso identico percorso. Josh e Lindsay non sono nati cinici e arrivisti: lo sono diventati. Ashley e Austin non sono immuni alla tentazione del compromesso: semplicemente non hanno ancora avuto l'occasione di vendersi.
Il finale della stagione è un colpo allo stomaco per chiunque si sia mai cullato nell'idea della propria eccezionalità generazionale. Ashley e Austin finiscono per prendere esattamente il posto che Josh e Lindsay stavano lasciando. Ashley diventa general manager del country club, circondata dalle stesse amicizie superficiali e transazionali della sua predecessora. La coppia Gen Z è altrettanto infelice, altrettanto compromessa, altrettanto imprigionata nelle dinamiche che giuravano di non replicare mai. Non sono diventati Millennial, certo: sono semplicemente entrati nella fase successiva della loro vita, proprio come Josh e Lindsay avevano fatto prima di loro.
L'immagine finale è di quelle che restano impresse. I personaggi vengono inquadrati all'interno del bhavachakra, il simbolo buddhista che rappresenta il samsara, il ciclo ininterrotto dell'esistenza. Non è retorica: è la dichiarazione d'intenti della serie. Siamo tutti intrappolati nello stesso cerchio. Ogni generazione guarda indietro con disdegno o avanti con paura, convinta di essere diversa, migliore, più consapevole. Ma la ruota continua a girare. La Gen Z diventa Millennial, che diventa Gen X, che diventa Boomer, che diventa Silent Generation. Il ciclo non si ferma mai.