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Robert Rodriguez adatta Frank Miller in questo sequel su Prime Video (che però non emoziona)

Il film su Prime Video che delude le aspettative: analisi di un sequel che replica la formula visiva dell'originale ma perde l'urgenza espressiva e l'anima del primo film.

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Uscendo da Sin City, arrivi a Sin City 2, disponibile su Prime Video. In superficie il paesaggio sembra identico all'originale del 2005 firmato Rodriguez e Miller: stessi visual da fumetto lussureggianti, stessa narrazione roca da detective noir, molti dei vecchi volti familiari come il pugno malconcio di Mickey Rourke e la pole dancer armata di Jessica Alba. Ma il brivido è svanito, o quantomeno si è affievolito. Questo sequel offre uno svincolo congestionato di storie che si intrecciano, tutte dirette verso il nulla in particolare. Non che manchino momenti di divertimento tra le svolte surriscaldate della trama. Rodriguez e Miller commerciano in piaceri adolescenziali spregiudicati e spalmano lo stile con generosità. Il film viene interpretato con il giusto gusto da Josh Brolin nei panni di un investigatore privato sfortunato e da Eva Green come la sua femme fatale dai capelli corvini. Il personaggio di Green rappresenta l'incarnazione perfetta della politica sessuale distorta dei registi: una strega bellissima, al contempo eccitante e letale.

Il duo registico ci invita ripetutamente ad ammirarla per poi detestarla, a desiderarla per poi pentirsene. L'effetto è simile a quello di essere condotti attraverso un quartiere a luci rosse da un predicatore pentecostale in preda a conflitti interiori: ti indica le attrazioni mentre ti urla nelle orecchie la dannazione eterna. Questa contraddizione permea l'intero film, creando una tensione che sulla carta dovrebbe funzionare ma che finisce per risultare meccanica, priva della carica adrenalinica che aveva reso memorabile il primo capitolo. La struttura narrativa a incastro, che nell'originale creava un mosaico affascinante di storie criminali interconnesse, qui diventa una girandola confusa che gira su se stessa senza trovare una direzione. Le singole tessere possono essere visivamente accattivanti e gli attori danno il massimo per iniettare energia nei loro personaggi archetipici, ma manca quella scintilla vitale che trasformava la violenza stilizzata in poesia visiva.

Sin City 2 resta fedele all'estetica che ha reso celebre il franchise: il bianco e nero contrastato con occasionali esplosioni di colore, i primi piani drammatici, le ombre taglienti che disegnano geometrie impossibili sui volti dei protagonisti. Ma fedeltà stilistica non equivale a necessità narrativa. Quello che doveva essere un ritorno trionfale a Basin City si rivela piuttosto una passeggiata turistica in un luogo che conoscevamo già, ripulito però da quella sporcizia esistenziale che lo rendeva autentico nella sua finzione. Il problema fondamentale è che Una donna per cui uccidere si sente come un prodotto costruito per replicare una formula piuttosto che per raccontare storie che avevano bisogno di essere raccontate. Nove anni separano i due film, un'eternità nel cinema contemporaneo, e questa distanza temporale si percepisce non come maturazione ma come disconnessione.

Il mondo è cambiato, il pubblico è cambiato, ma Sin City 2 rimane intrappolato in una bolla temporale, convinto che basti riproporre le stesse ricette per ottenere lo stesso risultato. Mickey Rourke torna come Marv, il bruto dal cuore tenero, e Joseph Gordon-Levitt si aggiunge al cast in una delle storyline parallele, ma nemmeno la loro presenza riesce a compensare la sensazione di già visto che pervade ogni inquadratura. È come ascoltare una cover perfettamente eseguita di una canzone che amavi: tecnicamente ineccepibile, ma priva di quella magia ineffabile che faceva dell'originale qualcosa di speciale. Rodriguez e Miller hanno costruito un sequel che assomiglia in tutto e per tutto al suo predecessore tranne che nell'unico elemento davvero importante: l'urgenza espressiva. Sin City 2 è un monumento alla propria eredità, ma i monumenti, per quanto ben realizzati, restano strutture immobili che celebrano il passato senza riuscire a parlare al presente.

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