Su Prime Video, c'è un film sci-fi per appassionati del genere (gli unici che potrebbero apprezzarlo)
Slingshot con Casey Affleck è un thriller spaziale che non decolla. Analisi di un film claustrofobico che manca di visione rispetto a Moon e Solaris.
Il cinema ha spesso dipinto lo spazio come l'ultima frontiera, un luogo di redenzione per l'umanità, ma esistono opere che scelgono una strada diversa, più cupa. Aniara, del 2018, è uno di questi film: un'odissea spaziale che trasforma un banale guasto tecnico in un incubo esistenziale collettivo, senza speranza né salvezza. Un'esperienza cinematografica che rimane impressa proprio per la sua capacità di non voltarsi dall'altra parte di fronte all'abisso.
La storia ruota attorno a John, interpretato da Casey Affleck con quella sua capacità innata di comunicare fragilità e disagio interiore. John si sveglia stordito, confuso, con un mal di testa che sembra provenire direttamente dal profondo spazio. È a bordo di una piccola astronave diretta verso Titano, la luna di Saturno, insieme al capitano Franks, interpretato da Laurence Fishburne, e a Nash, il personaggio affidato a Tomer Capone. La missione è apparentemente semplice: raccogliere risorse naturali da riportare sulla Terra. Ma nello spazio, nulla è mai semplice.
L'equipaggio deve alternarsi tra periodi di ibernazione chimica e brevi riattivazioni per controllare i sistemi di bordo. Il problema è che i farmaci utilizzati per indurre il sonno hanno effetti collaterali pesanti: allucinazioni, perdita di memoria, confusione temporale. John inizia a vedere cose che non ci sono, in particolare Zoe, la donna che ha lasciato sulla Terra, interpretata da Emily Beecham in un ruolo che rimane dolorosamente sottosviluppato. Questi flashback, o forse allucinazioni, dovrebbero creare un ponte emotivo tra il protagonista e lo spettatore, ma finiscono per essere più che altro interruzioni narrative prive di reale impatto.
Ciò che manca davvero è una coerenza interna, una logica narrativa che regga fino alla fine. Il film sembra voler abbracciare la desolazione esistenziale, quel senso di perdita irreversibile che rende Aniara così potente, ma continua a ritirarsi, a offrire false speranze o deviazioni che diluiscono l'impatto emotivo. E quando finalmente, nell'atto finale, Slingshot decide di attraversare quella soglia e abbracciare il buio, lo fa in modo così improvviso e contraddittorio che il colpo perde forza.
Forse il vero problema è che il cinema spaziale claustrofobico ha già raggiunto vette difficili da eguagliare. Da Alien a Moon, da Sunshine a Solaris, passando per il recente e devastante Aniara, il genere ha già esplorato quasi ogni angolo dell'angoscia cosmica. Per emergere in questo panorama, non basta mettere attori bravi in una scatola di latta e agitare. Serve una visione, un'idea forte, un motivo per cui questa storia, in questo modo, debba essere raccontata proprio ora.