Young Sherlock soppianta uno dei flop più epocali di Guy Ritchie (di cui nessuno si ricorda)
Guy Ritchie si riscatta con Young Sherlock dopo un flop milionario. Analisi del riscatto, con il successo della nuova serie Prime Video.
Nel 2017, Guy Ritchie puntava a costruire un impero cinematografico attorno alla leggenda di Re Artù. King Arthur: Legend of the Sword/ aveva tutto per diventare il primo capitolo di una saga ambiziosa: un budget faraonico di 175 milioni di dollari, un cast stellare con Charlie Hunnam, Jude Law, Eric Bana e Djimon Hounsou, e lo stile inconfondibile del regista britannico fatto di montaggi frenetici, dialoghi taglienti e humour caustico. Eppure, qualcosa andò storto. Il film incassò appena 148 milioni nel mondo, ricevette un deludente 31% su Rotten Tomatoes e venne rapidamente archiviato come uno dei flop più clamorosi della decade. I cinque sequel previsti furono cancellati senza appello.
Otto anni dopo, Ritchie torna sotto i riflettori con Young Sherlock, la serie originale Prime Video che racconta gli anni formativi del più celebre detective della letteratura. E questa volta il verdetto è tutt'altro: 82% su Rotten Tomatoes con la certificazione "Fresh", recensioni entusiaste e un pubblico che sembra aver ritrovato la fiducia nel visionario regista di Lock & Stock e Snatch. Non è solo un successo critico, è una vera e propria redenzione artistica che dimostra come Ritchie abbia imparato dai suoi errori.
La domanda sorge spontanea: cosa rende Young Sherlock così diverso da King Arthur? Entrambi i progetti attingono a leggende britanniche stratificate, raccontate e riraccontate infinite volte. Eppure, mentre il film su Artù naufragava sotto il peso delle proprie ambizioni, la serie su Sherlock riesce a respirare, a sorprendere, a conquistare. La risposta sta nell'approccio narrativo.
King Arthur: Legend of the Sword cercava di reinventare una mitologia millenaria trasformandola in un urban fantasy con Artù cresciuto nelle strade di Londinium, tra risse e raggiri, prima di scoprire il suo destino regale. L'idea sulla carta funzionava: Ritchie eccelle nel raccontare antieroi di strada che si fanno largo a gomitate. Il problema è che il film tentava di fare troppo in troppo poco tempo. Doveva presentare un nuovo Artù, costruire un mondo fantasy credibile, stabilire dinamiche tra decine di personaggi e lasciare aperte le porte per cinque sequel. Il risultato fu un'opera frenetica, caotica, che non concedeva allo spettatore il tempo di affezionarsi ai protagonisti o di immergersi davvero in quella versione alternativa della leggenda arturiana.
Young Sherlock, al contrario, sceglie la strada opposta: rallenta. Non ha fretta di trasformare il giovane Holmes nel detective di Baker Street che tutti conosciamo. La serie, ambientata nella Oxford degli anni Settanta dell'Ottocento, lo ritrae come uno studente disgraziato, coinvolto in un caso di omicidio che si trasforma in una cospirazione globale. Ritchie ha qui lo spazio per costruire un vero coming-of-age, per esplorare le dinamiche formative che plasmeranno Sherlock, per aggiungere strati emotivi e complessità psicologica. Il formato seriale gli concede quel lusso che il cinema moderno, ossessionato dai ritmi da blockbuster, spesso nega.
C'è un altro elemento che fa la differenza: Sherlock Holmes, per quanto adattato all'infinito, sembra immune alla fatica del pubblico. Ogni generazione trova il suo Sherlock, da Basil Rathbone a Jeremy Brett, da Benedict Cumberbatch a Robert Downey Jr. Il personaggio è abbastanza malleabile da sopportare infinite reinterpretazioni senza mai perdere la sua essenza. King Arthur, invece, non ha avuto la stessa fortuna. Dopo decenni di tentativi falliti di rivitalizzare la leggenda sul grande schermo, il pubblico sembra aver sviluppato una certa diffidenza verso nuove versioni del mito del re che estrasse la spada dalla roccia.
Eppure, col senno di poi, King Arthur: Legend of the Sword non merita l'oblio in cui è scivolato. Rivisto oggi, lontano dalle aspettative soffocanti e dai confronti con il franchise mai nato, il film rivela qualità che all'epoca passarono inosservate. Le sequenze dell'infanzia di Artù, cresciuto tra vicoli e mercati neri dopo l'assassinio del padre, sono efficaci e toccanti. Charlie Hunnam porta sullo schermo un protagonista ruvido ma carismatico, lontano anni luce dai re idealizzati delle versioni classiche. Jude Law regala un Vortigern ambiguo e tormentato, un villain che non è malvagio per puro gusto drammatico ma mosso da disperazione e sete di potere.
Il film ha trovato negli anni una piccola ma devota fanbase, quel tipo di pubblico che apprezza le opere incomprese e che riconosce il coraggio di Ritchie nell'aver tentato qualcosa di diverso. In un panorama saturo di reboot anonimi e sequel prevedibili, King Arthur aveva almeno il merito di osare, di proporre una visione personale e stilizzata. Il problema fu che quella visione non trovò abbastanza estimatori al momento giusto.
Young Sherlock arriva quindi in un momento perfetto per Guy Ritchie. Dopo anni trascorsi tra progetti di vario successo, il regista dimostra di saper ancora fare ciò che sa fare meglio: raccontare storie british con ritmo, intelligenza e uno sguardo obliquo sulla realtà. La serie non cancella il fallimento di King Arthur, ma lo ridimensiona, lo mette in prospettiva. Mostra che quel flop non era sintomo di un talento esaurito, ma semplicemente il risultato di una congiuntura sbagliata: progetto sbagliato, formato sbagliato, momento sbagliato.
La speranza adesso è che il successo di Young Sherlock spinga qualcuno a riscoprire King Arthur: Legend of the Sword, a dargli quella seconda possibilità che ogni opera d'arte merita. Perché se c'è una cosa che questi due progetti dimostrano, è che Guy Ritchie funziona meglio quando può prendersi il suo tempo, costruire mondi stratificati e lasciare che i personaggi respirino. E che a volte, il riscatto più grande non sta nel dimenticare gli errori del passato, ma nel dimostrare di aver imparato da essi.