Young Sherlock soppianta uno dei flop più epocali di Guy Ritchie (di cui nessuno si ricorda)
Guy Ritchie si riscatta con Young Sherlock dopo un flop milionario. Analisi del riscatto, con il successo della nuova serie Prime Video.
di Alba Rossi
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Nel 2017, Guy Ritchie puntava a costruire un impero cinematografico attorno alla leggenda di Re Artù. King Arthur: Legend of the Sword/ aveva tutto per diventare il primo capitolo di una saga ambiziosa: un budget faraonico di 175 milioni di dollari, un cast stellare con Charlie Hunnam, Jude Law, Eric Bana e Djimon Hounsou, e lo stile inconfondibile del regista britannico fatto di montaggi frenetici, dialoghi taglienti e humour caustico. Eppure, qualcosa andò storto. Il film incassò appena 148 milioni nel mondo, ricevette un deludente 31% su Rotten Tomatoes e venne rapidamente archiviato come uno dei flop più clamorosi della decade. I cinque sequel previsti furono cancellati senza appello.
La domanda sorge spontanea: cosa rende Young Sherlock così diverso da King Arthur? Entrambi i progetti attingono a leggende britanniche stratificate, raccontate e riraccontate infinite volte. Eppure, mentre il film su Artù naufragava sotto il peso delle proprie ambizioni, la serie su Sherlock riesce a respirare, a sorprendere, a conquistare. La risposta sta nell'approccio narrativo.
Young Sherlock, al contrario, sceglie la strada opposta: rallenta. Non ha fretta di trasformare il giovane Holmes nel detective di Baker Street che tutti conosciamo. La serie, ambientata nella Oxford degli anni Settanta dell'Ottocento, lo ritrae come uno studente disgraziato, coinvolto in un caso di omicidio che si trasforma in una cospirazione globale. Ritchie ha qui lo spazio per costruire un vero coming-of-age, per esplorare le dinamiche formative che plasmeranno Sherlock, per aggiungere strati emotivi e complessità psicologica. Il formato seriale gli concede quel lusso che il cinema moderno, ossessionato dai ritmi da blockbuster, spesso nega.
C'è un altro elemento che fa la differenza: Sherlock Holmes, per quanto adattato all'infinito, sembra immune alla fatica del pubblico. Ogni generazione trova il suo Sherlock, da Basil Rathbone a Jeremy Brett, da Benedict Cumberbatch a Robert Downey Jr. Il personaggio è abbastanza malleabile da sopportare infinite reinterpretazioni senza mai perdere la sua essenza. King Arthur, invece, non ha avuto la stessa fortuna. Dopo decenni di tentativi falliti di rivitalizzare la leggenda sul grande schermo, il pubblico sembra aver sviluppato una certa diffidenza verso nuove versioni del mito del re che estrasse la spada dalla roccia.
Il film ha trovato negli anni una piccola ma devota fanbase, quel tipo di pubblico che apprezza le opere incomprese e che riconosce il coraggio di Ritchie nell'aver tentato qualcosa di diverso. In un panorama saturo di reboot anonimi e sequel prevedibili, King Arthur aveva almeno il merito di osare, di proporre una visione personale e stilizzata. Il problema fu che quella visione non trovò abbastanza estimatori al momento giusto.
Young Sherlock arriva quindi in un momento perfetto per Guy Ritchie. Dopo anni trascorsi tra progetti di vario successo, il regista dimostra di saper ancora fare ciò che sa fare meglio: raccontare storie british con ritmo, intelligenza e uno sguardo obliquo sulla realtà. La serie non cancella il fallimento di King Arthur, ma lo ridimensiona, lo mette in prospettiva. Mostra che quel flop non era sintomo di un talento esaurito, ma semplicemente il risultato di una congiuntura sbagliata: progetto sbagliato, formato sbagliato, momento sbagliato.
Fonte /
ScreenRant.com