Godzilla vs Kong, la recensione

Forse ce la fa a fare un salto di qualità Adam Wingard, regista che è diventato noto nel circuito indipendente più di 10 anni fa con un film matto, autoprodotto e psichedelico come Pop Skull, e che tra alti e bassi negli ultimi anni ha dimostrato di essere bravissimo a divertirsi con del senno. You’re Next è uno degli invasion movie migliori che si siano visti (oltre ad essere un vero film femminista nel senso moderno del suo linguaggio, molto prima che diventassero la regola), The Guest invece era molto meno centrato. Il remake impossibile di The Blair Witch Project è un film incredibilmente sensato e l’adattamento di Death Note un progetto mortale e non riuscito. Ora con un blockbuster per le mani non ha nessuna soggezione e anzi trasforma un franchise assurdamente impostato sulla scienza dei mostri in una convention a tema mostri grossi.

L’importante è divertirsi.

E farlo bene.

Il film dichiara subito i suoi intenti, a partire da un fantastico attacco che prende in giro i cliché del cinema, le aperture con il protagonista che si sveglia con una musica anni ‘50 in sottofondo mentre si lava e fa colazione. Solo che è Kong in una foresta idilliaca dove tutto è a portata di mano e troppo facile. Infatti è finta.

La scimmia gigante è prigioniera di un ecosistema chiuso che ricrea Skull Island e nel quale è studiato e tenuto a bada. Viene presentato così uno dei poli della storia, Kong e la bambina sordomuta con cui comunica con il linguaggio dei gesti. I due saranno insieme fino alla fine, mentre da un’altra parte i complottisti indagano per scoprire cosa il governo nasconda in questo affare di mostri immensi. E sono proprio loro, i complottisti, il lato più interessante e divertente (grazie anche al Brian Tyree Henry). Wingard è con loro nonostante le tesi assurde e li prende in giro forte ma al tempo stesso con affetto (scoprono cose vere credendo ad un milione di altre false). Creano problemi, scatenano casini ma hanno negli occhi la scintilla della voglia di scoperta e avventura dei protagonisti di questi film. Sono indispensabili. E infine il terzo polo è quello dei cattivi.
Tutti questi umani corrono, scappano, ridono, rischiano di morire e hanno un ruolo nello scontro atavico tra i due mostri, misurato su due round e poi un paradossale terzo che non spoileriamo.

Godzilla vs Kong la sua missione di creare una rissa primitiva senza regole, la assolve senza se e senza ma. Ci mette di mezzo una trama completamente astrusa che coinvolge le teorie della Terra cava (altro complottismo ben gestito) e una sequenza quasi paradossale in cui Kong gioca con la gravità. È tutto sciocco ma realizzato benissimo, è divertente e consapevole di essere un film su mostri grossi che se le danno. Bene così.
Di fatto, nonostante la presenza di umani, un film come questo è per metà computer grafica, cioè animazione. Animazione fotorealistica ma pur sempre animazione (come lo era il King Kong del 1933 che lottava contro i dinosauri in stop motion) e dell’animazione ha quella eccezionale consapevolezza di essere uno strumento da circo, da attrazione di folle da lasciare a bocca aperta con la sua grossolana spettacolarità. Certo è un po’ puerile quando cerca di recuperare anche la tenerezza che è inscritta nella storia di King Kong (che il film identifica come il vero protagonista, lasciando a Godzilla il ruolo di deuteragonista che conosciamo meno), ma ha la grazia di non esagerare.

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