La fatica che fa il Festival di Cannes a riconoscere i tempi che cambiano, tra selezione e premi

ruben ostlund cannes premi
Era l’edizione dei vecchi, come sempre a Cannes negli ultimi anni, e questo ha avuto un inevitabile riflesso in uno dei palmares più conservativi, piccini e fintamente intellettuali degli ultimi anni. Spesso si è stati in contrasto con le decisioni delle giurie, e ci sta (qualcuno lo deve essere sempre), certo però questa volta l’idea di cinema che emerge dalle gerarchie applicate è sconfortante.

In un concorso riempito di vecchie glorie la giuria è andata sul sicuro più sicuro che c’è, ha dato la seconda palma della sua carriera a Ruben Ostlund (peggio di così poteva solo dare la terza ai Dardenne per uno dei loro film peggiori) con un film in cui una visione politica molto semplice e molto infantile, è lanciata in faccia al pubblico, in cui i ricchi si rigirano nel loro vomito e i poveri hanno la loro vendetta mentre il pubblico si tiene la pancia ridendo di loro. Cinema che, invece che sfidare, pettina. Hanno preferito quindi Triangle Of Sadness a Decision To Leave, che pure hanno deciso di premiare e quindi apprezzato, ritenendo seriamente più sensato dare una seconda palma ad Ostlund rispetto ad una prima a Park Chan-wook. Con quali argomentazioni? Secondo che ragionamento? Forse è un bene che non lo sapremo mai.

Ma del resto hanno premiato Stars At Noon di Claire Denis con il Gran Prix, uno dei film più vecchi e polverosi della manifestazione, ex aequo con Close, realizzato con lo stampino del cinema d’autore, un film che va sul sicuro e non tenta niente di personale, il cui linguaggio “da festival” è così digerito da essere riconoscibile da tutti. Hanno dato un premio creato per l’occasione ai Dardenne (la palma del 75esimo anno), perché non era chiaramente pensabile che i Dardenne uscissero a mani vuote da un’edizione di Cannes, e infine messo insieme un film molto narrativo (Le otto montagne) e uno molto particolare (EO) in un altro ex aequo. Cosa che dimostra soltanto una gran fatica nel prendere una decisione e pochissimo polso da parte del direttore di giuria nel guidare i lavori.

Questo però ci dice un’altra cosa ancora, più sottile e particolare, che riguarda il confronto con Venezia.

dardenne cannes premi

Quest’annata più di altre è stata quella che ha sancito il definitivo cambio di rotta di Cannes, che si è adeguato al lavoro fatto negli ultimi anni da Barbera. Più che mai abbiamo visto molto cinema d’autore che in realtà è cinema mainstream, o meglio un ibrido prima schifato e oggi abbracciato dai grandi festival. Gravity, Arrival, Joker, La forma dell’acqua, La La Land ma ovviamente anche ad un livello minore di fama Ammore e malavita, Freaks Out, i fratelli Sisters o Mona Lisa And The Blood Moon e via dicendo sono tutti film una volta impensabili in un concorso e invece passati in competizione a Venezia.

Quest’anno lo spionaggio di Boy From Heaven, il giallo di Holy Spider, il teen movie pop Les Amandier, il giallo-rosa di Decision To Leave e Crimes Of The Future hanno palesemente battuto la medesima strada. E se è chiaro che nessuno può rifiutare un film di un autore maggiore (come Cronenberg), aver messo Boy From Heaven, Les Amandier, Holy Spider e anche Leila’s Brothers (sorvoleremo per decenza sull’aver escluso un film del genere dai premi per metterci invece Stars At Noon) in concorso è una mossa non diversa dall’aver voluto qualche anno fa Parasite e aver toccato con mano quanto fosse stato cruciale.

Ecco che tutto questo sia stato abbastanza ignorato dalla giuria (a differenza di Venezia, dove spesso e volentieri questi film vincono, anche il premio maggiore) racconta del percepito differente tra le due manifestazioni. Park Chan-wook vince miglior regia perché anche un ignorante di cinema capirebbe che c’è un lavoro di altro livello rispetto al resto dei concorrenti, Boy From Heaven vince sceneggiatura (il minore dei premi) e Holy Spider per la sua attrice (categoria in cui non c’era proprio una grandissima lotta) e basta così. Il resto del palmares, come già scritto, va sul sicuro, sul classico intramontabile, sul “sicuramente d’autore” invece di riconoscere che il concetto di cinema d’autore sta cambiando e oggi è anche altro. Un palmares da primi anni 2000 che appare sensato giusto per gli attori (ma del resto era una giuria piena di attori e attrici e guidata da un attore).

Quest’anno abbiamo visto Cannes cercare di inseguire il cambiamento con la destra e bramare la conservazione con la sinistra.

Tutte le notizie e le recensioni dal Festival di Cannes nella nostra sezione dedicata.

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