I migliori film visti a maggio 2021

Molto di quello che vediamo e raccontiamo con una recensione si perde. Alcune volte sono i film piccoli a non ricevere l’attenzione che meriterebbero, altre volte sono i migliori. Abbiamo così deciso di fare un piccolo riassunto ogni mese del meglio tra ciò che abbiamo visto. Senza distinzioni. Film usciti in sala, usciti in noleggio, usciti su una piattaforma in streaming come anche quelli visti ai festival e che non sono ancora usciti.

L’idea è quella di ricapitolare tutte le nostre segnalazioni scremando verso l’alto solo quello che pensiamo non vada perso, non debba sfuggire e meriti una visione. Ci saranno i film più noti e pubblicizzati come anche, con una certa preferenza, quelli che meno noti e dotati di una cassa di risonanza meno forte, che quando lo meritano hanno più bisogno di un riflettore su di sé per farsi notare.

Ecco quindi la nostra lista:

I Mitchell contro le macchineI Mitchell contro le macchine

“Non è niente di davvero nuovo I Mitchell contro le macchine, anzi è più convenzionale di quanto non tenti di essere innovativo, e la sua critica al presente pure è meno appuntita di quello che vorrebbe, ma è efficace. Finalmente. La storia di una famiglia disfunzionale nel nostro mondo che finisce per funzionare più della altre durante un’apocalisse è ordinaria, ma la maniera in cui niente ha mai senso e tutto riesce per caso o per idiozia (come la trovata del cane non identificabile dai computer), è un piccolo trionfo della scemenza e del pensiero caotico che non è per niente scontata nell’universo quieto dell’animazione per famiglie (e sulle famiglie).
Lo avevamo capito già con Spider-man ma questo cartone lo ratifica: è la Sony il vero unico possibile rivale della Pixar e lo studio che, si spera, possa arrivare a porsi come contraltare se non proprio come opposto alla Disney, e così variare un po’ il panorama conformista dell’animazione.”.

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rifkin's festival

Rifkin’s festival

“Per Woody Allen una nuova vita al di fuori di New York passa per i posti. Un cambiamento umano passa per le strade, le aiuole, le camminate, i prati e i ristoranti. Come se davvero una città potesse influenzare un destino intero se non proprio un approccio alla vita. Attraversare San Sebastian camminando basta al protagonista (interpretato da Wallace Shawn per essere un alter ego del classico protagonista che in passato Allen interpretava da sé) per iniziare un processo di mutamento. E il mutamento è proprio la forza a cui molto del cinema di Allen cercava di resistere, il mutamento era il problema dei suoi protagonisti di solito. Invece all’estero, nelle strade di Roma in cui rivedere la propria giovinezza o in quelle di Parigi in cui incontrare i grandi del passato, il mutamento è così dolce, accogliente e quasi auspicato”.

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the fatherThe Father

Love will tear us apart. Un brano che Anthony Hopkins non ascolterebbe mai. In casa con le cuffie sente arie dell’Opera, delicata musica classica. Eppure quei brani (almeno quelli cantati) non dicono qualcosa di troppo diverso. In questa storia universale (ma alto borghese) di padri anziani e figlie adulte, di senilità e demenza incipiente, ma soprattutto di un distacco necessario e ingiusto, c’è quello che spesso manca ai film sull’invecchiare o perdere la testa: il sentimento. Che invece è ciò che si acuisce nelle vite di chi è vicino a persone anziane con le quali diventa impossibile avere a che fare e che si trasformano in una slot machine di ricordi casuali e improvvise commozioni tremendamente coinvolgenti”.

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Corpus Christi

Corpus Christi

“È su un filo sottolissimo di significato, teso come una corda di violino e tagliente come la carta, che Corpus Christi osserva i suoi dilemmi sociali e teologici. Li offre ma non li spiega, li mostra ma non li dimostra, costruendo il testo filmico come un libro aperto, le cui pagine immaginarie sono fatte di sguardi e formule, riti e peccati, incorniciati da inquadrature sempre immobili. Momenti di pura contemplazione, che grazie alla presenza magnetica dell’attore Bartosz Bielenia, scheletrico, fragile, ma con uno sguardo che brilla di (com)passione, e grazie alla mano ferma del regista Jan Komasa, annunciano la mera volontà di essere ambigui, irrisolti”.

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listen

Listen

“C’è tantissima forza e un sincero trasporto nel modo in cui la regista e sceneggiatrice Ana Rocha de Sousa racconta un drammatico spaccato familiare in Listen. Lo fa nello spazio di una sola ora, prendendo di petto le contraddizioni di una società che predica il giusto ma che, al contrario, ha perso di vista l’empatia a favore delle norme e delle prassi. Non c’è alcuna volontà pietistica in come Listen racconta la separazione di Bela (LúciaMoniz) e Jota (Ruben Garcia) dai loro tre figli, ma un grande rispetto, incorporato da uno sguardo capace di indagare gli spazi e le emozioni. “

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oxygène

Oxygène

“È veramente difficile saper gestire un film di quasi due ore ambientato tutto in una cella criogenica e con un solo personaggio, Elizabeth (Mélanie Laurent), una donna che si risveglia dall’ipersonno senza memoria e che fa di tutto per sopravvivere all’imminente esaurimento di ossigeno nella capsula. Ma quanto lo sa fare bene con Oxygène Alexandre Aja, regista francese con la vocazione per il cinema di genere più viscerale (il remake di Le colline hanno gli occhi, Riflessi di paura, Piranha 3D…), che con una trama semplicissima giocata tutta sui colpi di scena (e quindi sullo scegliere quando dire le cose e in che modo) sa creare un ritmo crescente e, cosa più importante, mantenere sempre viva l’attenzione”.

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Lasciali parlare

Lasciali parlare

“Alice, il suo libro, la sua vita, la sua interiorità, sono quindi un mistero e tali resteranno: la struttura è allora un inganno, la frammentarietà (dei dialoghi, della storia) non restituirà mai un quadro completo della realtà. Nemmeno se ci si sforza. In questo senso Lasciali parlare è un film straordinariamente affascinante, che agganciandoci con la forza della parola ci porta in territori intellegibili: dove non esistono risposte, dove la memoria si confonde con il sogno”.

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