In pochi sanno che Zack Snyder è stato compagno di classe di Michael Bay presso l’Art Center College of Design di Pasadena. Eppure difficilmente la notizia stupisce. I due hanno carriere assai distanti per ambizione, ma condividono in pieno i pregi e i difetti di caratteristiche formali tangenti. Entrambi hanno un grande senso visivo, una passione per l’inquadratura spettacolare (il parallasse per Bay, il rallenty enfatico per Snyder), l’assoluta prevalenza dello stile sulla sostanza come religione e la passione per la bomba come inclinazione.

Con l’avvicinarsi dell’attesa release della Justice League targata Zack Snyder ci siamo immersi nell’immaginario del regista grazie ai materiali promozionali, piccole scene centellinate e date in pasto ai fan, e un paio di trailer imponenti. È impossibile negare che non ci sia un tocco personale, una visione coerente che esprime un’idea di cinema che si articola attraverso la sua intera filmografia. Ed è proprio questa mano, spesso molto pesante, a spaccare in due il pubblico tra amore incondizionato e fastidio.

Senza voler dare giudizi di merito, proviamo ad entrare nell’analisi dello stile di regia di Zack Snyder, per prepararci al meglio a questa nuova visione che, ne siamo certi, farà parlare di sé ancora a lungo. 

In Zack Snyder c’è un’ossessiva ricerca del momento spettacolare. Tutto l’apparato filmico viene bilanciato perché possa offrire l’immagine più impattante, anche a costo di sacrificare altri propositi. In Man of Steel il realismo cede il passo all’azione più frenetica. In 300 il respiro della storia, quindi l’alternanza tra scene madri e altre di transizione, viene sacrificato sull’altare dell’immaginario epico sotto steroidi. 

È un principio che accompagna il regista sin dall’inizio della sua carriera. Un’idea di cinema precisa, a tratti rivoluzionaria, sicuramente molto moderna. Come lui stesso afferma spesso, il suo cinema è un meccanismo ben in vista. Il mezzo, la cinepresa, il grande schermo, devono essere percepiti da chi guarda. Come in una montagna russa, dove durante la discesa a rotta di collo avvertiamo il freddo metallico della sicura che ci tiene ancorati e le giunture dei binari su cui stiamo sfrecciando. L’immedesimazione è quindi un fatto estetico, mai emotivo. L’emozione deriva dall’oggetto, dalla sua confezione, mai da un’affinità emotiva.

Zack Snyder non è certo il primo regista della storia del cinema a utilizzare tutto ciò che è esterno al racconto (quindi il montaggio, la musica, le inquadrature impossibili, i riferimenti meta) come strumento dove trovare il centro della storia che sta raccontando. Ma sicuramente è uno dei registi contemporanei che più riesce nel suo intento estetizzante, e lo fa con film ad altissimo budget!

Il sopra citato compagno di corso, Michael Bay, ha fatto di questa grande capacità di racconto visivo una stampella per un linguaggio semplice e immediato. Con molta retorica e poche pretese intellettuali, insomma. Zack Snyder non è così. Per certi versi si complica la vita, sfidando lo spettatore in un gioco al riferimento. Le sue inquadrature sono piene infatti di citazioni da tutti gli angoli delle arti visive. Satura di concetti e suggestioni, faticando a trovare lo scopo prevalente dell’immagine.

Persino gli effetti speciali devono essere caricati al massimo, rinunciano a giocare a nascondino con la realtà, ma si palesano, mostrano i muscoli per riempire l’occhio. 

 

justice league snyder cut

 

Questa ricerca ossessiva dell’inquadratura perfetta, del momento perfetto, ha fatto considerare a lungo il regista come l’ interprete  ideale dello stile del cine-fumetto. Nelle tavole dei comic ogni inquadratura deve comunicare molto con sintesi e immediatezza. Snyder parte da storyboard precisissimi, controlla il processo direttamente, e mette su carta con precisione ciò che ha in mente. Una volta sul set gira e rigira le scene fino a che non ottiene esattamente il risultato sperato. Nulla è lasciato al caso. Ci sono le splash page sottolineate con rallentatore e suoni avvolgenti, il montaggio rapido delle vignette meno rilevanti e la stessa voglia di stupire con “il disegno” dei fumetti anni ’80.

A differenza di registi “precisi”, come ad esempio David Fincher, Zack Snyder non dedica la stessa cura al viaggio emotivo della storia. È come se nella sua idea di cinema bastasse lo Sturm und Drang delle immagini a cui giunge; non importa però il cammino fatto per arrivare a quel momento.

Se il cinema si deve far sentire. Se lo spettatore non si può perdere all’interno della storia, ma ne può ammirare la bellissima confezione, allora sono logici e coerenti gli artifici usati. Lo slow motion è il soffermarsi dell’occhio sulla tavola a fumetti, è il momento enfatico che si deve imprimere. La posa giusta, al momento giusto, che fa trattenere il respiro e satura di informazioni la retina. Lo zoom è invece il punto di vista privilegiato di chi ha pagato il biglietto. È un movimento impossibile per l’occhio umano che solo il cinema può regalare. Da lontano a estremamente vicino, la realtà si modella per rientrare nell’inquadratura. 

I colori desaturati o, al contrario, sgargianti, sono una via per ottenere un realismo irrealistico: quando in Man of Steel la camera a mano ci accompagna nella fattoria Kent o quando invece vola insieme a Superman proviamo una strana dissonanza. Né la prima né la seconda sono scelte che ci comunicano realismo (tutto, persino gli alberi e il grano sembrano in posa). Eppure nella logica del film i colori spenti e le inquadrature tremanti sono il segnale di un passaggio narrativo realistico, il volo luminoso è invece l’approdo nella fantasia.  Tutto questo non emerge spontaneo, ma ci viene comunicato. O meglio: ci viene gridato.

Il cinema di Snyder dice in ogni momento allo spettatore cosa deve provare. Non che sia un male, molti altri film lo fanno (basti guardare un qualsiasi melodramma di media qualità, o un qualsiasi young adult). Ma spesso questo dialogo con il pubblico è troppo rumoroso dalla parte del parlante. Il più delle volte sommerge la sincerità del racconto. Sono veramente pochi i momenti di emozione nella sua filmografia che sembrano veramente guadagnati. I titoli di testa di Watchmen colpiscono infinitamente più del finale. Perché nei primi c’è una storia raccontata tramite immagini, nel secondo caso invece sono fili da riannodare, personaggi e scelte da amare o odiare (o almeno comprendere). Ma tutto questo implicherebbe un’esperienza di visione in cui scompariamo dalla sala e ci immergiamo nel film.

Zack Snyder non metterà mai tutti d’accordo.

Se succederà significherà che avrà perso la sua filosofia così nazional popolare, generalista, e al contempo così rischiosa. I suoi sono mondi imperfetti, a volte rotti in partenza, dove non sembra esistere nulla al di fuori dell’inquadratura. È un assolo di chitarra che dura tutto un concerto, è una ola nello stadio che cerca di intonare i carmina Burana di Carl Orff.

È strano, bizzarro, sbagliato, respingente, ma è anche un’idea di cinema ben precisa che ha lasciato una scia lunga e che, per questo, non va ignorata.