Benvenuti nella fratellanza della commedia

Un po’ road movie dromofilo, un po’ commedia urologica, un po’ romanzo di formazione, un po’ cineturismo “alternativo”, Buen Camino mette in scena un Checco che diventa adulto

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10 anni dopo gli incassi stratosferici di Quo vado? Checco Zalone torna in sala di nuovo in coppia con il suo sodale Gennaro Nunziante alla regia, e nei cinema italiani è subito sold out. Perché? I motivi del successo sono molteplici, ma uno prevale su tutti: la commedia di Checco e Gennaro è una commedia orizzontale. Non punta l’indice, non condanna, non giudica. È lontanissima dal moralismo saccente della satira e dal cinismo sprezzante dell’ironia. Checco non si pone al di sopra del suo pubblico. Caso mai si pone al di sotto. È bravissimo nel far finta di essere scemo. Fa ridere del mondo facendo ridere prima di tutto di sé e della sua maschera. E garantisce a noi tutti di provare quella sensazione inconfessabile di superiorità che secondo Baudelaire costituisce l’ingrediente basico di ogni effetto comico. Come non ridere e non sentirsi superiori di fronte a un personaggio che in Buen Camino alla receptionist di un hotel a cinque stelle di Pamplona che gli offre di dormire nella camera di Hemingway risponde che lui in camera con un altro uomo non ci dorme? Per quanto incolto, ognuno di noi di fronte alla spudorata ignoranza di Checco non può non sentirsi assolto dalla propria, di ignoranza, ridendoci su. E tuttavia..

Tuttavia c’è una differenza di fondo fra l’ignoranza di Checco e quella dei personaggi dei cinepanettoni interpretati da Boldi e De Sica. I protagonisti dei cinepanettoni, con tutta la loro goffa presunzione, con la loro sfacciata stupidità, erano comunque maschere statiche e immodificabili. Ovunque andassero in vacanza, facevano sempre le stesse solite cose: frizzi, lazzi e spetazzi, esattamente come prima di partire. Come se non fossero partiti. Poveri coatti: in vacanza, in fondo, i protagonisti dei cinepanettoni non ci andavano mai. Che si aggirassero gaglioffi tra i canali di Amsterdam (Merry Christmas), che vagolassero fra il deserto e le piramidi d’Egitto (Vacanze sul  Nilo), o che visitassero annoiati un cenotafio e un tempio indiano (Natale in India), non facevano che cercare di riprodurre in qualunque luogo del mondo il modello di vita che praticavano in Italia: piscina/sauna/ristorante. Bellezze al bagno e abbronzatura obbligatoria, fra battute grevi e goliardia escrementizia. Come dire: ostentavano il substrato antropologico mostruoso dell’italianità stereotipata e lo assolvevano con la benedizione della risata.

Massimo Boldi, Enzo Salvi e Christian De Sica in Merry Christmas

Checco invece prende gli stereotipi dell’italianità e li sgretola dall’interno. I suoi non sono personaggi statici, cambiano ed evolvono. In Quo Vado? Checco prendeva lo stereotipo dell’italiano fanatico del posto fisso e lo faceva a pezzi, rinunciando al posto fisso per andare a fare il volontario in Africa con una compagna che aveva già tre figli con tre uomini di etnie diverse. In Buen Camino prende invece lo stereotipo del parvenu, del figlio di papà arricchito e sfaccendato, dello sbruffone smargiasso che non ha mai fatto nulla nella vita – e ha coltivato il non far nulla con convinzione, senza tentennamenti – e lo mette in crisi mostrando se stesso nei panni di un padre che va alla ricerca di una figlia adolescente scappata di casa per sperimentare qualcosa di autentico andando a fare il cammino di Santiago. 

Nella prima parte del film ritroviamo il Checco di sempre: parrucchino biondo e effige di se stesso tatuata sulla schiena, lo incontriamo in Sardegna in una delle sue ville da sogno piena di suoi ritratti alla pareti e con un gigantesco busto di marmo rosso che riproduce ingigantendolo il suo volto. Quando si dice il narcisismo. Alla giornalista straniera che è venuta a intervistarlo e che si mostra perplessa di fronte a tanta ostentazione di ricchezza lui risponde candido: «È sempre bello mostrare ricchezza a chi non può permettersela. Ti fa sognare, no». E quando lei crede di cogliere il segno di un affetto autentico nelle foto della figlia appese a un muro, lui smentisce tout court le aspettative di lei (e le nostre…) dichiarando candidamente che sì, in effetti lui prova un affetto assoluto per il modellino di Ferrari che è appoggiato sulla credenza sotto le foto. È un meccanismo comico ben oliato e collaudato: iperbole, esagerazioni e rovesciamento a oltranza del senso comune.  

Ma quando inizia la quête della figlia scomparsa il personaggio di Checco sottopone se stesso a un classico meccanismo evolutivo: sulle prime insegue la figlia sui tornanti dei Pirenei alla guida di una fiammante Ferrari Testarossa, alloggiando soltanto in hotel stellati, ma poi – dopo che i tori di Pamplona gli hanno distrutto l’auto, complice anche una inattesa complicazione prostatica – si rassegna a seguire la ragazza camminando al suo fianco e condividendo il viaggio a piedi dei pellegrini così come in Tolo Tolo aveva condiviso il viaggio nel deserto e poi per mare dei migranti, dei profughi e dei dannati della terra.

Un po’ road movie dromofilo, un po’ commedia urologica, un po’ romanzo di formazione, un po’ cineturismo “alternativo”, Buen Camino mette in scena un Checco che diventa adulto. E che nella seconda parte del film è abilissimo nel far scivolare la sua comicità pacchiana e un po’ cialtrona (come quando dissimula la cena stellata che offre ai pellegrini facendola passare per un pasto frugale…)  verso toni e registri più delicati e gentili (come nel rapporto depurato da ogni machismo con la pellegrina conosciuta in chiesa), sino a un finale sorprendente che ha il sapore e la tenerezza di un happy end alla Charlot.
Chi se l’aspettava da Checco? Chapeau. 

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