Il cortocircuito del cinema italiano
Ci stiamo assuefacendo all’idea che al cinema, in sala, non ci sia niente di bello da vedere, niente di meritevole da scoprire, e non è così. Dove si comincia, allora, per risolvere questa crisi?
Sono giorni di grande concitazione nel cinema italiano. Le sale si stanno preparando all’arrivo di due dei film più attesi dell’anno: Buen Camino di Gennaro Nunziante, con Checco Zalone, e Avatar: Fuoco e cenere di James Cameron. Il primo uscirà il 25 dicembre, il giorno di Natale; il secondo, invece, una settimana prima: il 17 dicembre. Sono giorni di grande concitazione perché, molto semplicemente, questi due film promettono di risollevare – e intendiamo letteralmente – le sorti del nostro cinema. A cominciare dal box office, che in questo ultimo periodo, tra autunno e inverno, ha registrato un calo rispetto al 2024 (-22,5% a ottobre, fonte: Box Office; -26% a novembre, fonte: Cineguru). Se Buen Camino rappresenta una certa commedia italiana, che negli anni ha raccolto l’apprezzamento del pubblico generalista, Avatar è un blockbuster americano, ennesimo capitolo di una saga cominciata tempo fa, estremamente legata a una messa in scena spettacolare ed epica. Eppure è evidente una cosa. Un intero sistema e un’intera industria non si possono reggere unicamente su due film. E quindi viene naturale farsi una domanda: e gli altri titoli? Chi è che ci pensa? Perché non se ne parla?
Intendiamoci: non c’entrano soltanto le considerazioni critiche della stampa quando si lavora a un film (quando, cioè, si prepara una campagna di comunicazione e marketing; quando si decide una serie di attività da fare, con il pubblico o senza il pubblico). C’entrano altri fattori. Come, appunto, la riconoscibilità di questo o quel talent, le aspettative per un determinato tipo di film; quando e come verrà distribuito: in quante copie, per quanto tempo, con o senza anteprime. Che ci sia un disequilibrio, però, non è una novità. E questo è il grande cortocircuito del cinema italiano. Che non si impegna, non abbastanza, quando deve spingere e promuovere film nuovi, di registi nuovi. E che, al contrario, dà il massimo quando invece tocca ai film attesi.Il punto è che il nostro mercato, così com’è costruito, non è assolutamente capace di sostenere un pluralismo di voci. Si punta sempre, o quasi sempre, su fenomeni accertati, che sono andati bene in passato e che con buone probabilità andranno bene in futuro. E questo riguarda anche il tipo di storie che vengono raccontate: molto simili, con gli stessi stilemi, la stessa grammatica. Ovviamente ci sono delle eccezioni (e, aggiungiamo, per fortuna). Ne abbiamo parlato su queste pagine, pochi giorni fa, prendendo in esame il successo – per niente previsto o prevedibile – de Le città di pianura di Francesco Sossai. Ma si tratta, appunto, di eccezioni. Se allarghiamo il quadro, ci rendiamo conto dell’enorme fatica che viene fatta per promuovere film come Orfeo di Virgilio Villoresi e Il rapimento di Arabella di Carolina Cavalli.
Se il primo è un film volutamente sperimentale, ricco, contenente diversi linguaggi, dalle riprese dal vero all’animazione, ed è distribuito da una realtà piccola come Double Line, il secondo è una storia di crescita, un road movie, con una protagonista come Benedetta Porcaroli e una distribuzione – applauditissima, ricorderete, per il lavoro fatto con Paolo Sorrentino e il suo Parthenope – come PiperFilm. Orfeo e Il rapimento di Arabella, insomma, rappresentano due estremi di una cartina tornasole ampissima, piena di altre sfumature, e ribadiscono entrambi la difficoltà profonda che, ogni giorno e ogni settimana, si fa nel ritagliare uno spazio a film nuovi.Di chi è la “colpa”? Per rispondere a questa domanda, è necessario fare un altro passo indietro. E guardare il cinema italiano – inteso, di nuovo, come industria e non solo come filiera produttiva – da un’altra prospettiva. Una, possibilmente, ancora più larga. C’è una consuetudine abbastanza comune tra i nostri distributori. I film non vengono comunicati con largo anticipo, mesi e mesi prima della loro uscita. Si preferisce, invece, arrivare a poche settimane dalla loro distribuzione per poter cominciare a condividere materiali, come poster, trailer e clip, e per organizzare anteprime per la stampa e interviste. In questo modo, il pubblico – che è costantemente bombardato da informazioni, su ogni canale: da quelli più tradizionali, come i giornali di carta e la televisione, a quelli più “nuovi”, come i social – non solo non riesce a scegliere che cosa andare a vedere, ma non riesce nemmeno ad avere un quadro chiaro dell’offerta cinematografica. E questo è, senza ombra di dubbio, un problema. Muoversi così in ritardo, poi, ha altre conseguenze: quei materiali di cui parlavamo prima, i poster e i trailer, non possono essere curati come si deve, trovando una chiave di lettura intelligente per incuriosire il pubblico.
Tra le attività che sempre più spesso vengono organizzate dai distributori, ci sono i saluti in sala con il cast. Che non sono più un’eccezione ma, talvolta, una vera e propria regola. Tour infiniti, da una parte all’altra dell’Italia, per settimane intere. Quando esce un film, o anche in un momento precedente, con le anteprime, vengono pubblicate liste su liste di cinema dove gli attori e il regista andranno per incontrare gli spettatori. In questo modo, si rischia di creare un cortocircuito (forse, anzi, si è già creato): una parte del pubblico finisce per convincersi che l’esperienza cinematografica non coincide semplicemente con la visione di un film, ma anche con la possibilità di incontrare, prima e dopo la proiezione, attori e registi. E, sul lungo periodo, può diventare un vero e proprio azzardo. Perché se per alcuni film questa cosa funziona – e funziona: non ci vogliamo girare intorno –, per altri mostra tutti i suoi limiti. E si rischia anche un altro cortocircuito: l’impegno dei cosiddetti talent si allarga e registi e autori, prima ancora di girare un film, devono pensare a come, poi, poterlo vendere.
Nel tour in sala, gioca un ruolo fondamentale un altro elemento. Quanto, cioè, sono riconoscibili e seguiti i talent coinvolti. E questo, quasi paradossalmente, non è misurabile solo con i numeri raccolti sui social; spesso, è più utile avere una riconoscibilità televisiva per coinvolgere il pubblico. Non sempre, per carità: studi e rilevazioni hanno dimostrato che il pubblico più giovane è decisamente attivo (c’è stata una crescita considerevole della fascia di età tra i 20 e i 25 anni intorno al 2023, mentre nel 2024 i dati sono rimasti piuttosto costanti; fonte: Il Post). Parlando di televisione, è importante parlare anche dell’assenza, sempre più evidente, di spazi e contenitori dove occuparsi di cinema. Ci sono programmi come Movie Mag, condotto da Melissa Greta Marchetto, e Cinematografo, condotto da Gigi Marzullo. Ma nel primo caso parliamo di un programma estremamente verticale, trasmesso su Rai Movie, e nell’altro di un programma che va in onda a tarda notte (tra l’altro, piccola precisazione: non è nemmeno più un programma indipendente; Cinematografo è diventato una rubrica di Sottovoce e dintorni, sempre condotto da Marzullo). Quello che manca, insomma, è un programma di approfondimento come era una volta Stracult, con Marco Giusti e Andrea Delogu: un programma che va in onda in prima o in seconda serata, su una delle reti principali, e che riesce a coinvolgere ospiti e personalità del cinema ogni settimana.
Questo, oggi, non c’è. Ed è una grossa mancanza. Anche perché i vari Che tempo che fa e In altre parole (facciamo due esempi) si occupano di tanto altro e non convertono, non in modo così automatico, i loro spettatori in pubblico pagante al cinema. La conversione stessa del pubblico, poi, è un altro tema che meriterebbe un approfondimento. Il cinema italiano, come abbiamo già detto precedentemente, è un cinema che vive di abitudini e di consuetudini. Sia dal punto di vista produttivo che dal punto di comunicativo-promozionale. E quindi, con il boom dei podcast e dei vodcast, è diventato normale, quasi scontato anzi, organizzare puntate tematiche, con questo o quell’ospite, per parlare di questo o quel film.
Molto spesso, però, vengono girati – e quindi distribuiti – più podcast nello stesso giorno con le stesse persone, parlando degli stessi temi e degli stessi film. E ci si dimentica di un dettaglio fondamentale: questi contenuti sono distribuiti su piattaforme gratuite (o comunque: potenzialmente gratuite) e dopo aver visto un’intervista di un’ora e mezza o addirittura due ore è estremamente difficile, per non dire improbabile, che lo spettatore medio decida di comprare un biglietto, andare al cinema e vedere un film che dura a sua volta un’ora e mezza o due ore. Ecco, insomma, l’ennesimo cortocircuito: abbiamo spremuto fino all’ultima goccia uno spazio nuovo, che fino a qualche anno fa non esisteva nemmeno, e ora ci sorprendiamo se gli approfondimenti non funzionano (o comunque, se funzionano poco).
Questo ragionamento, volendo, si può estendere anche a determinate attività che vengono organizzate coinvolgendo content creator/influencer. Ma qui, forse, serve aprire una breve parentesi: ci sono professionisti che, per la loro storia e il loro seguito, riescono a convertire il pubblico. E ci riescono soprattutto se si ritrovano a parlare di generi di cui hanno sempre parlato e se lavorano su piattaforme come Twitch, che vengono frequentate da un pubblico già abituato a pagare un abbonamento (e quindi molto più incline, poi, a pagare il biglietto del cinema).
Nella situazione attuale, è chiaro che anche i produttori sono chiamati a partecipare attivamente non solo nella realizzazione dei loro film ma pure nella loro promozione. Pensiamo, di nuovo, a quello che ha fatto Vivo Film con Le città di pianura, attivandosi in alcuni casi addirittura prima del distributore, Lucky Red. Il pubblico ha bisogno di un buon motivo per andare in sala ed è fondamentale, sotto questo punto di vista, provare a costruire un vero e proprio racconto intorno a un titolo. Un altro esempio è quello che sta facendo la Our Films di Lorenzo Mieli e Mario Gianani, provando a coinvolgere attivamente il pubblico, condividendo anticipazioni, immagini ed esclusive sui suoi social. Chiaramente, è un esperimento. Qualcosa che non esisteva, non così, e che ora, lentamente, si sta strutturando. Ma è comunque un primo passo da non sottovalutare.
Messi da una parte, per un momento, produttori e distributori, bisogna parlare anche di altri due protagonisti del cinema italiano: il pubblico e la critica. Partiamo dall’ultima. Quanto potere ha, oggi, la critica? Quanto seguito hanno recensioni ed approfondimenti? Si riesce sempre a instaurare un dialogo con gli spettatori? A queste domande, abbastanza prevedibilmente, non c’è un’unica risposta. È evidente, però, una crisi profonda della critica e, più in generale, del giornalismo culturale: mancano i fondi e le risorse; spesso i giornali chiudono e vengono prodotti sempre gli stessi contenuti. Titoli clickbait, articoli più attenti alla vita privata di attori e attrici che alla storia del film e recensioni. Ecco, le recensioni, oramai, sono diventate quasi “obsolete”. Soprattutto se concepite come si concepivano in passato. Perché tutti, oggi, possono scrivere la loro recensione sui loro profili social o su Letterboxd; tutti, oggi, possono sentenziare su questo o quel film.
La differenza la fanno gli approfondimenti. Ma qui, ovviamente, entra in gioco un altro fattore: e cioè la sostenibilità di un giornalismo più cauto e attento, più curato e studiato. Un grosso ruolo, in questo ma non solo in questo, lo gioca il pubblico. Che in molti casi si è – ed è inutile girarci intorno – impigrito. Certo, i distributori e gli esercenti non comunicano nel modo migliore la loro offerta e la loro programmazione; e per carità: non sempre gli articoli dei giornalisti sono puntuali. E gli influencer spingono sempre su interazioni estemporanee, a seconda delle partnership – commerciali o anche semplicemente editoriali – che riescono a stringere. Ma il pubblico si informa? È seriamente interessato a ciò che offre il cinema italiano? O si muove a vista, grazie al richiamo dei titoli più grandi e importanti, come i già citati Buen Camino ed Avatar? Anche questo è un tema. Ed è un tema che, per l’ennesima volta, non andrebbe minimamente sottovalutato.
Ci troviamo davanti a un enorme cortocircuito, in cui tutti, nessuno escluso, sono responsabili. E il problema è che ci stiamo assuefacendo all’idea che al cinema, in sala, non ci sia niente di bello da vedere, niente di meritevole da scoprire, e non è così. Dove si comincia, allora, per risolvere questa crisi comunicativa prima ancora che editoriale? Forse, e sembrerà banale, facendo il proprio lavoro. Forse, cercando di dare più spazio a chi ne ha più bisogno e non a chi, invece, è già al centro dell’attenzione. Un’industria che funziona non è un’industria che ha pochi film che incassano benissimo; un’industria che funziona è un’industria che, nella sua diversità, nel suo pluralismo, riesce a lanciare nuovi talenti, a creare nuovi filoni e a non accontentarsi. E attenzione: non stiamo parlando della fase iniziale, quella produttiva, ora in profonda crisi. Stiamo parlando di quando un film è già pronto e può essere – deve essere, anzi – comunicato al pubblico. Il nostro cinema non è, come dice qualcuno, “fondato sui grandi autori e sulla commedia”. Il nostro cinema è molto più complesso di così, e la cosa più importante, oggi, è diventata riuscire a esprimere questa complessità. Ricordandosi che le critiche, benché dolorose, benché non sempre a fuoco, vanno interpretate come un possibile momento di crescita e di confronto per il bene di qualcos’altro. E cioè, in questo caso, del cinema italiano.