Come si spiega il successo de Le città di pianura

La presentazione al Festival di Cannes, una peculiare distribuzione nelle sale, il fenomeno del passaparola: ecco spiegato il successo del Le città di pianura.

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Lo scorso 21 maggio, nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes, è stato presentato un piccolo film italiano. Online sono arrivate poche immagini. Una, in particolare, ha attirato l’attenzione del pubblico perché ambientata chiaramente nel Memoriale Brion: vediamo queste tre sagome spaesate, che si guardano intorno, mentre passano sotto un arco perfettamente circolare. Il film ha avuto la sua première a Cannes ed è stato accolto con un certo entusiasmo sia dalla critica che dagli spettatori che lo hanno visto. Ed è stato in quel momento, più o meno, che abbiamo cominciato a parlare de Le città di pianura di Francesco Sossai. 

Uno dei produttori, Vivo Film, è stato il primo ad attivarsi sui social per creare una campagna marketing e di comunicazione efficace. Successivamente, si è unito anche il distributore, Lucky Red. Le città di pianura di Sossai ha dovuto trovare una sua dimensione. Dall’esordio a Cannes fino alla sua uscita in sala, fissata per il 25 settembre, sono passati quasi cinque mesi. E, soprattutto, ci siamo avvicinati a Venezia, ai film veneziani e a un’altra ondata di comunicazione e marketing. Quando online è arrivato il primo trailer de Le città di pianura, molti spettatori sono rimasti colpiti. E questo per due motivi, principalmente. Il primo: il tono del racconto, la scelta della pellicola per le riprese; queste battute assolute, spiazzanti, che dicono i protagonisti. Il secondo: il cast, da Pierpaolo Capovilla, abbastanza inedito nei panni di attore (precedentemente aveva collaborato con Roan Johnson per I primi della lista), a Sergio Romano e Filippo Scotti, entrato nell’immaginario comune con È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino. 

A una prima occhiata, Le città di pianura può sembrare una specie di road movie, movimentato, ambientato nel bel mezzo del Veneto, perso tra campagne, case abbandonate e strade infinite. E in parte, indubbiamente, lo è: l’elemento del viaggio non è assolutamente secondario all’interno della trama. Dopo il suo esordio in sala, Le città di pianura ha incassato 7.095 euro e raccolto 1.712 presenze, piazzandosi al sedicesimo posto del box office italiano (fonte: Cinetel). È importante precisare una cosa: il 25 settembre Le città di pianura è uscito solo nel Triveneto, quindi con una distribuzione fortemente limitata. E questo per una scelta precisa di Lucky Red, che ha fissato per il 2 ottobre l’uscita nazionale.

Filippo Scotti ne Le città di pianura

Prima di portare il film nelle sale di tutta Italia, Lucky Red ha cercato di creare uno zoccolo duro di spettatori nelle regioni in cui il film è ambientato, proprio per intercettare quel pubblico più attento e ricettivo a determinate tematiche. E l’ha fatto per un motivo abbastanza semplice: alimentare – anzi, innescare – il passaparola. Quando, il 2 ottobre, Le città di pianura è stato distribuito nel resto d’Italia, ha incassato 15.059 euro e raccolto 2.331 spettatori, arrivando a un totale di 110.204 euro (fonte: Cinetel) e piazzandosi al decimo posto del box office italiano. È evidente, insomma, una crescita. La cosa più incredibile, però, non è questa. Non è, insomma, la partenza de Le città di pianura al cinema. La cosa veramente incredibile è la sua tenuta nelle settimane successive. 

Facciamo un salto in avanti. Il 3 dicembre Le città di pianura ha incassato 5.326 euro e raccolto 1.059 spettatori, arrivando a un totale di 1.586.601 euro (fonte: Cinetel). Insomma, in poco più di due mesi, un film estremamente piccolo, ambientato nella provincia italiana, con una storia che è, per certi versi, una non storia (e a breve parleremo anche di questo), è stato in grado di superare il milione e mezzo di euro e di distinguersi all’interno dell’offerta cinematografica. Il piano di Lucky Red – distribuirlo prima in poche copie, poi allargare gradualmente il numero di cinema, mantenendo una media per copie costante – ha funzionato. Gli esercenti, continuando a programmare Le città di pianura, gli hanno permesso di ritagliarsi un suo spazio e di diventare – se poco o tanto dipende dalla singola sala – un film di riferimento per il pubblico. Soprattutto, però, si è innescato un meccanismo di cui, specialmente negli ultimi anni, si parla tanto: il già citato passaparola. 

Le città di pianura, prima ancora che dalla stampa o dagli addetti ai lavori, o addirittura dal passaggio a Cannes, è stato sostenuto dal suo pubblico. Che ne ha parlato, che lo ha consigliato, che si è innamorato, talvolta letteralmente, delle sue immagini e dei suoi personaggi. Sossai è stato in grado di creare un mondo universale, rivolto a tutti, senza tuttavia perdere di vista l’unicità dell’ambientazione e dei suoi personaggi. Capovilla, Romano e Scotti sono riusciti a incarnare un sentimento preciso, abbastanza diffuso, di chi vuole vivere la propria vita appieno, parlando, discutendo e stando insieme. Quella di andare in giro per bere l’ultimo bicchiere prima di andare a dormire è solo una scusa. E diventa rapidamente evidente all’interno della trama.

I tre protagonisti de Le città di pianura

Se il passaparola ha funzionato e ha messo radici, è stato anche per un altro motivo. Da non sottovalutare. E cioè il rispetto che Sossai, insieme ad Adriano Candiago, ha avuto per la storia. Che non è mai stata schiacciata o stravolta dai compromessi produttivi. Lo sviluppo e la lavorazione de Le città di pianura sono andati avanti per diversi anni. Sossai ha ripreso quello che conosceva, che lo circondava, e ha evitato il dialetto – così ha detto – per non limitare le possibilità del film. Le città di pianura, come suggerisce il titolo, racconta di questo mondo a metà, sospeso, fatto di distese di terre e di paesi, di tante piccole isole di socialità. C’è un richiamo evidentissimo, forte, a un certo cinema italiano: non è un caso se, spesso, Le città di pianura è stato avvicinato a film come Il sorpasso, Amici miei e I Vitelloni

Nel film di Sossai, però, c’è anche qualcos’altro. Una visione attenta, curiosa, per il mondo e per i racconti del mondo. Forse il segreto del successo de Le città di pianura sta qui; sta nel suo essere senza vie di mezzo, nel suo citare e riprendere, nel suo costruire un racconto che ha bisogno di poco e che, tuttavia, non può essere definito povero. Questo film rappresenta, senza se e senza ma, un altro tipo di cinema italiano. Non migliore o superiore, solo – appunto – diverso. E Sossai è, senza ombra di dubbio, uno degli autori da tenere d’occhio. 

L’esempio del successo de Le città di pianura – che, a sua volta, ha ripreso l’esempio di un altro film, Vermiglio di Maura Delpero, distribuito sempre da Lucky Red – non andrebbe sottovalutato o minimizzato. Un milione e mezzo di euro, nel nostro mercato, non sono pochi. Soprattutto, non sono pochi se prendiamo in considerazione il tipo di film di cui stiamo parlando. Forse è arrivato il momento di ripensare all’offerta cinematografica, di cominciare a puntare su un pluralismo di voci, fatto fondamentalmente di storie differenti. Le città di pianura racconta l’amicizia tra tre uomini; la cattura nella sua semplicità e nella sua estemporaneità. E non si nasconde, non cerca conclusioni moraleggianti o inappellabili. Si muove in una dimensione sincera, tanto leggera quanto complessa. Che ci parla di noi. Chi siamo, cosa stiamo facendo; perché non c’è più tempo da perdere, e perché la felicità non è un concetto così astratto.

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