Knives Out è una saga di cui vorremmo altri cento film

Knives Out come Agatha Christie: storie sempre diverse, un'identità chiara e zero stanchezza da franchise.

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Ci sono saghe che vanno avanti per inerzia, per contratto, per soldi. E poi ci sono quelle che vuoi davvero rivedere, che ti divertono e ti sorprendono ogni volta. Knives Out è una di queste. La serie di gialli firmata Rian Johnson con Daniel Craig nei panni di Benoit Blanc è diventata ormai un appuntamento fisso su Netflix, quasi una tradizione natalizia a cui ci siamo affezionati senza neanche accorgercene.

Fino a qualche anno fa non sapevamo nemmeno di volerla, e adesso non ne possiamo fare a meno. Perché riesce a reinventarsi senza perdere mai la sua identità. Ed è proprio questo il suo punto di forza. L'idea che possa continuare a lungo, magari senza una vera fine, non spaventa. Anzi. Non sembra una storia stiracchiata all'infinito, ma una formula che torna quando ha davvero qualcosa da raccontare.

Una saga senza traguardo

Knives Out non funziona come le altre saghe. Non c'è una mitologia da espandere, non ci sono archi narrativi da chiudere in modo "epico", non c'è una continuity ossessiva da rispettare. C'è un personaggio che ritorna e un'idea di racconto che può essere ripresa ogni volta da zero. Il riferimento più ovvio? Agatha Christie. Non per nostalgia o citazionismo, ma per struttura. Con Christie non seguivi una grande storia unica, ma una serie di variazioni sul tema. Cambiavano personaggi, ambientazioni, temi, ma c'era sempre quella sensazione rassicurante che ti faceva tornare. Sapevi che sarebbe stato diverso, ma sapevi anche che ti saresti sentito a casa.

Benoit Blanc fa esattamente questo. Non è il protagonista emotivo, ma il filo conduttore. Tutto il resto può cambiare radicalmente, senza che l'identità della saga ne risenta.

Film che non cercano di assomigliarsi

Finora Knives Out ha fatto una cosa che molte saghe non riescono più a fare: evitare di copiarsi. Il primo film giocava col giallo classico per raccontare famiglia, denaro, privilegio e le dinamiche di potere nascoste dietro la rispettabilità borghese. Glass Onion ha cambiato completamente registro: satira pura, struttura narrativa smontata, bersaglio puntato sul culto della genialità, sull'ego vuoto e sull'illusione del successo.

E Wake Up Dead Man conferma la tendenza: anche il terzo capitolo sceglie di non tornare indietro, ma di spostarsi ancora, cambiando tono, atmosfera, ambizioni. Rian Johnson l'ha detto chiaramente: andare avanti ha senso solo se ogni film trova un modo diverso di usare il genere. Non ripetere la formula, ma rimetterla in discussione.

Il giallo come pretesto

In Knives Out il mistero non è mai fine a sé stesso. È un pretesto per osservare il presente, per mettere in scena dinamiche sociali, contraddizioni, ipocrisie che riconosciamo subito. L'ironia è parte integrante di questo sguardo. Non è lì per strappare una risata facile o per fare l'occhiolino allo spettatore. È uno strumento, spesso affilato, che permette ai film di essere leggeri senza essere superficiali.

C'è poi un aspetto che fa davvero la differenza: la sensazione che chi realizza questi film abbia ancora voglia di farli.
Daniel Craig ha detto più volte che torna volentieri a Benoit Blanc, a patto che ci sia entusiasmo vero e che le idee continuino a essere stimolanti. Non è il classico personaggio trascinato avanti per obbligo contrattuale, ma uno spazio di gioco che può ancora evolversi. E si sente.

L’opposto delle saghe esauste

Il cinema oggi è pieno di franchise che vanno avanti per inerzia. Film che sembrano pensati più per tenere in piedi un marchio che per raccontare qualcosa. Capitoli intermedi che rimandano sempre a un "dopo" che non arriva mai.

Knives Out funziona perché non ti chiede di aspettare. Ogni film è completo, autonomo, chiuso. Ed è proprio questa chiusura a renderlo replicabile. Non costruisce dipendenza, costruisce fiducia.

Una saga che vorremmo continuasse

Sapere che Knives Out può tornare quando c'è una storia che vale la pena raccontare è, oggi, un piccolo lusso. È l'idea di una saga che ti accompagna, invece di consumarti.
Se continuerà ancora a lungo, non sarà per obbligo o per inerzia mascherata da evento, ma perché avrà ancora qualcosa da dire. E in un panorama così affollato di rumore, è già un motivo sufficiente per volerla rivedere.

Per questo lo ribadiamo: di Knives Out vorremmo davvero altri cento film.

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