Wake Up Dead Man: Credere o non Credere?
Il terzo capitolo delle avventure di Benoit Blanc è un meta-racconto all'ennesima potenza, che mette più di un dubbio sulle politiche del franchise di Netflix
L'analisi più interessante che probabilmente vi capiterà di leggere su Wake Up Dead Man - non lo dico perché conosco l'autore - è già stata scritta. È una tirata durissima sul contenuto politico del film, che prendendolo sul serio ideologicamente (come in tanti dichiarano, ma poi declinano, di fare) arriva a rigettarlo più o meno come Josh O'Connor fa col suo omonimo Brolin in una scena del film. C'entrano un produttore sionista, un progressismo di facciata, e un appello ai "valori giudaico-cristiani" sulla cui base il mondo occidentale manda giù da decenni una guerra ingiusta dopo l'altra.
Parto da qui perché, anche se non se ne accettano i risvolti più radicali, una visione così distruttiva ha il merito di evidenziare un cortocircuito nel progetto estetico e ideologico della trilogia di Johnson. Senza nulla togliere all'abilità con cui ha saputo rivitalizzare il whodunit in un'epoca che lo dava per sepolto (almeno al cinema) il credito di cui la saga Knives Out gode presso la critica si deve infatti, come spesso accade, anche al suo posizionamento politico.In particolare, ciò che piace a un certo pubblico progressista è l'idea che i film con protagonista Daniel Craig rappresentino una demistificazione dell'America reazionaria di epoca trumpiana. Dietro il piacere riposante del giallo classico Knives Out e Glass Onion erano proprio questo: delle grandi sceneggiate, dove la natura esplicitamente artefatta di costumi e recitazione (a partire dal fintissimo southern drawl di Craig) faceva da campanello d'allarme contro le "narrazioni" perniciose di un paese pronto a sfogare tutto il suo carico di bigottismo e megalomania predatoria.
In apparenza (e nei fatti - almeno fino a un certo punto) Wake Up Dead Man fa esattamente la stessa cosa. Anzi la porta all'estremo: ogni risvolto di trama, ogni risoluzione e linea tematica puntano in direzione di una meta-narratività esasperata. Questo è un film sulle storie, fatto di storie (infinite le embedded narration: flashback, racconti nel racconto, fino alla virtuosistica introduzione "epistolare" che scopriamo svolgersi dentro il resoconto scritto degli eventi che O'Connor fa per Craig), e che ancora una volta vuol mettere in guardia dalle storie con cui l'America più retriva fa proselitismo contro le libertà civili.Per questo i "cattivi" del film coincidono con due narrazioni mendaci da dipanare: una per impedire la diffusione di un culto fanatico di estrema destra, l'altra per sfatare le dicerie misogine su un personaggio entrato a far parte del folklore locale. Irrompendo col suo ateismo in questo mondo di miti e contro-miti Benoit Blanc incarna l'archetipo più classico del detective: quello della ragione illuminista che squarcia le tenebre dell'Oscurantismo, stavolta alle prese nientemeno che con la cornice ultra-mitologica e narrativa della religione organizzata.
C'è però un curioso doppio standard in questa voglia di demistificare. Da un lato Johnson - ateo cresciuto evangelico - non porta fino in fondo la decostruzione di quell'apparato. Semmai, la fede genuina di O'Connor deve trionfare su quella posticcia del "mitografo" Brolin, scongiurando il fanatismo ma anche il calo delle vocazioni nella piccola parrocchia di provincia dove si svolge il film. Nonostante il disprezzo per le favole della religione, l'ateo Blanc si allinea quindi a una posizione che vede in essa (tolti gli elementi estremi) il fattore unificante della società. Normale per il film di un credente; curioso per il film di un demistificatore.
C'è poi un altro elemento "narratologico" che viene riaffermato dal film. Guai infatti a pensare che le ripetute citazioni (almeno quattro) a Il Signore degli Anelli e Star Wars siano solo omaggi affettuosi. Johnson non sta scherzando, neanche quando prende in giro il suo controverso passato in casa Lucas per Gli ultimi Jedi (2018). La scelta di dedicare un intero snodo della trama a un tesoro corruttore identificato come "la mela di Eva", che in una scena al limite della parodia viene inquadrato come se fosse L'Unico Anello della trilogia tolkieniana, parla invece di una voglia (ludica e serissima insieme) di porre il suo racconto nel solco dei grandi archetipi classici della narrazione.
Più lucasiano di Lucas, Johnson prende la lezione del Monomito/Viaggio dell'eroe alla Campbell e la squaderna nel suo giallo. Gli elementi del "racconto Wake Up Dead Man" sono così gli elementi di Star Wars -> che sono gli elementi di Tolkien -> che sono gli elementi della Bibbia. Come a voler folgorare anche noi sulla via di Damasco, il film ci sta dicendo che - credenti o non credenti, vere o non vere che siano - quelle storie (come dice O'Connor) "toccano qualcosa di vero nel nostro profondo". Alcune narrazioni insomma vanno smentite, altre protette e celebrate. Quali? Quelle che affondano radici nell'"autentica" cultura cristiana.
Anche senza scoperchiare il vaso di Pandora della produzione e dei possibili interessi propagandistici - vi rimando alla recensione in exergo - è interessante notare come un film dai valori liberal si allinei qui perfettamente alle retoriche di certa destra reazionaria americana, la cui difesa del modello culturale occidentale si basa sulla supposta superiorità morale delle "narrazioni archetipiche" (leggi testi religiosi) che ne sono alla base. Jordan Peterson per fare un esempio ci ha costruito sopra una carriera, elidendo convenientemente la natura trans-culturale di quegli archetipi, che era invece al cuore del progetto postmoderno di Lucas.
Più che smascherare Johnson come conservatore sotto mentite spoglie di progressista (come non a caso hanno provato a fare alcuni commentatori di quella sponda) è utile chiedersi se questo illumini un altro versante dell'arroganza occidentale; quello che partendo da valori opposti - tolleranza, diritti civili, emancipazione femminile - arriva alla stessa conclusione suprematista sulle "radici culturali" di questi valori. Tanto da fare un film che si chiude - nonostante la professione di ateismo - direttamente nel Cuore dell'Altissimo.