Quentin, come stai?

Tutti lì da Tarantino a chiedergli “quando esce il prossimo film?”, e nessuno che invece gli domandi “come stai?”.

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Tra un’acquisizione miliardaria e l’altra, uno spettro si aggira per Hollywood: lo spettro di Quentin Jerome Tarantino. Il regista di Knoxville, nelle ultime settimane, è riuscito a finire sulla bocca di tutti grazie a un mix letale di classifiche cinefile, dichiarazioni al vetriolo su una manciata di attori, l’uscita di una riedizione - in versione unica e con qualche contenuto inedito - di Kill Bill e una collaborazione con Fortnite. Tarantino che fa cose: nulla di particolarmente nuovo. Eppure alcuni segnali sembrano dipingere un quadro leggermente più anomalo del solito: più esasperato, scomposto, disarmonico.

A questo si lega una serie di situazioni personali, posizioni pubbliche particolari e, ovviamente, il grande elefante nella stanza: il decimo e ultimo film. Con la doverosa premessa che quanto segue è soltanto una serie di riflessioni e speculazioni che partono da fatti concreti per poi spingersi oltre, proviamo a capire, per punti, ciò che non torna e che ci porta a porre una domanda diretta: Quentin, come stai?

Il blocco per il decimo e ultimo film

Tarantino vuole fare dieci film e poi ritirarsi dal cinema. L’ha deciso e dichiarato lui stesso a fine 2014, durante la lavorazione - travagliata, come noto - di The Hateful Eight. Nell’ultima dozzina d’anni se n’è ovviamente parlato parecchio: c’è chi esprime ammirazione, chi dispiacere e chi semplicemente non ci crede. Tarantino può e deve fare quello che gli pare con la sua carriera, ci mancherebbe. Il problema - quantomeno suo - è che questo limite autoimposto pare averlo mandato in stallo. E, per quanto lui stesso tenga a ribadire di non essere in alcun modo paralizzato dalla paura, gli esempi in questo senso iniziano a moltiplicarsi.

Non solo The Movie Critic, scritto ed entrato in pre-produzione prima di venire accantonato perché ritenuto troppo poco sfidante sul piano produttivo e per la preoccupazione legata alla reazione del pubblico di fronte a un film su un critico cinematografico, nonostante Tarantino fosse molto soddisfatto del risultato. C’è anche il famoso film su Star Trek, in cui i personaggi si sarebbero mossi su un pianeta simile alla Terra ma con un’ambientazione da gangster movie anni '30. Il progetto è stato messo in stand-by - come ha rivelato Mark L. Smith, che collaborava al perfezionamento della sceneggiatura - perché Tarantino «ha iniziato a preoccuparsi del numero, del suo numero non ufficiale di film, domandandosi: “È così che voglio finire?”».

Infine, ovviamente, Le avventure di Cliff Booth, il sequel/spin-off di C’era una volta a… Hollywood, la cui sceneggiatura è stata venduta a Netflix e che vedrà la regia di David Fincher: progetto accantonato (ma monetizzato) da Tarantino perché non vuole che il suo decimo e ultimo film sia un sequel.

Venderlo a Netflix

C’è poi da aggiungere un inciso sul fatto che la sceneggiatura sia stata venduta al colosso dello streaming. Sicuramente hanno influito la volontà di Brad Pitt di tenere in vita il progetto - nel ruolo di Cliff Booth ha vinto il suo primo Oscar come attore - e il fatto che della regia si sarebbe occupato David Fincher, non certo un nome qualsiasi. Ma, anche considerando il lauto compenso di 20 milioni di dollari ottenuto dalla vendita della sceneggiatura, fa comunque storcere un po’ il naso che un progetto del genere, così intimamente legato all’amore per una certa Hollywood, sia finito a casa Netflix.

In tal senso non vanno dimenticate le molte parole spese negli anni da Tarantino sulla centralità della sala - né il fatto che possieda un cinema, lo storico New Beverly di Los Angeles - o quelle in cui afferma di non riconoscersi più nel cinema di oggi e di come l’avvento dello streaming abbia influito sulla sua idea di ritirarsi.

La riedizione di Kill Bill e la collaborazione con Fortnite

Quentin Tarantino e Uma Thurman al lancio dell'evento Fortnite

Dall’uscita del Volume 2 nel 2004, Tarantino è ciclicamente tornato a parlare di Kill Bill. In molti casi sotto domanda diretta dell’intervistatore di turno; in altri tirandolo fuori lui stesso come specchietto per le allodole, una sorta di comoda via di fuga per sviare da argomenti su cui non gradiva soffermarsi. A prescindere dalle ragioni, le possibili direzioni del futuro di Kill Bill sono sempre state due: l’idea per un sequel e la possibilità di vedere i due volumi in un’edizione unica, così come era stata concepita in origine.

La seconda ipotesi ha in realtà preso corpo abbastanza presto. Già nel 2006, al Festival di Cannes, venne presentato il montaggio unificato del film, poi riproposto al New Beverly - il già citato cinema di Tarantino - nel 2011. Una versione mai pubblicata ufficialmente, almeno fino a oggi, a quanto pare per questioni legate ai diritti sull’opera.

Lo scorso 5 dicembre Kill Bill: The Whole Bloody Affair è arrivato nelle sale statunitensi. All’interno di una versione a tiratura limitata, anche un capitolo inedito, scritto all'epoca ma mai realizzato: La vendetta di Yuki. Ed è qui che sta la cosa più strana. Questi nuovi otto minuti sono stati realizzati in Unreal Engine e precedentemente diffusi come evento speciale su Fortnite. Volendo non ci sarebbe nulla di sconvolgente, sia chiaro: un progetto portato a termine cogliendo opportunità commerciali e con la volontà di consolidare il proprio brand.

Gli attacchi diretti a Paul Dano, Owen Wilson e Matthew Lillard

Veniamo a uno degli argomenti più caldi delle ultime settimane: le dichiarazioni di Tarantino, ospite del podcast di Bret Easton Ellis, su Paul Dano, Owen Wilson e Matthew Lillard. Il primo è quello su cui è andato più pesante. Parlando del punto debole de Il petroliere, Tarantino si lancia come un fiume in piena contro Paul Dano. Lo definisce l’attore più debole di tutto il SAG (il principale sindacato di attrici e attori al mondo), il «limpest dick in the world» o ancora lo etichetta come «weak sister», mettendolo poi sullo stesso piano di gente di cui, a suo dire, non gliene frega nulla, come Owen Wilson e Matthew Lillard.

Non siamo certo qui per scandalizzarci. Anzi, ben vengano dichiarazioni dirette, senza giri di parole, in un panorama dell’intrattenimento sempre più cerchiobottista e standardizzato. Ma non così, non con questa esasperazione astrusa e a tratti violenta.

Il raffronto tra giusto e sbagliato ce lo offre lo stesso Tarantino che, nel 2009, stilando una classifica di film simile a quella fatta da Ellis, sempre parlando de Il petroliere si lasciava andare a commenti negativi sulla performance di Paul Dano. Anche allora molto tarantiniani, ma più cinefili e meno estremi, e soprattutto senza la necessità di scivolare nell’insulto personale. Anche senza entrare nel dettaglio delle parole, basta confrontarne i toni per capire che qualcosa è cambiato.

Il rapporto con Israele

Quentin Tarantino e Danielle Pick

Infine, l’elefante nella stanza - forse il meno chiacchierato, ma non per questo irrilevante: il rapporto tra il regista e Israele. Partiamo dall’inizio.

Nel 2018 Tarantino sposa Danielle Pick, cantante e modella israeliana, conosciuta anni prima durante il tour promozionale di Bastardi senza gloria. I due fanno la spola tra Stati Uniti e Israele, per poi stabilirsi in maniera più continuativa, dopo la nascita di due figli, a Tel Aviv (con frequenti viaggi verso Los Angeles). In seguito all’attacco di Hamas del 7 ottobre, Tarantino ha fatto visita alle truppe dell’IDF (Israel Defense Forces) con l’intenzione di alzarne il morale. Negli anni ha poi, a detta della moglie, sviluppato una certa passione per la cultura ebraica, arrivando anche a studiarne la lingua. Proprio recentemente, Danielle Pick ha rivelato che Tarantino le avrebbe detto di essere pronto a «morire da sionista». Forse più come battuta che seriamente; dall’intervista non è del tutto chiaro.

Per quanto sia difficile, in questo momento storico e su un tema del genere, cerchiamo di scindere il giudizio personale da quello professionale sull’artista. Questo rapporto di Tarantino con Israele, sia fisico e geografico sia ideologico, potrebbe portare con sé diversi impedimenti. Sul secondo fronte non sembra che qualcuno si faccia grandi problemi, specialmente negli Stati Uniti, dove di questo legame si parla a malapena. Potrebbe però emergere in futuro, magari in vista di una prossima campagna promozionale.

Diversa è la questione geografica. Essere lontani da Hollywood significa essere distanti da un’industria che si basa in larga parte sui rapporti personali e sull’esserci, hic et nunc. Forse è anche per questo che Tarantino ha moltiplicato apparizioni e uscite in un numero imprecisato di podcast nell’ultimo anno: la vendita della sceneggiatura a Netflix, l’uscita della riedizione di Kill Bill, le sparate da Bret Easton Ellis - tutta roba concentrata negli ultimi mesi. Un modo per mantenere una certa centralità nel discorso, nonostante i sei anni trascorsi dall’ultimo film e le dodici ore di volo che lo separano da Hollywood.

Dunque

Magari sono solo ragionamenti inutili e tra qualche mese assisteremo all’annuncio di un nuovo, sfavillante progetto di Tarantino, pronto a chiudere col botto una delle più grandi carriere della storia del cinema. Eppure, in questo preciso momento, ciò che emerge è un ritratto confuso, sgraziato, più triste che pulp.

Dunque: Quentin, come stai?

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