2026: Odissea nelle ossessioni di Nolan

Un viaggio dentro le ossessioni di Christopher Nolan, tra ritorni impossibili, tempo che logora e figure femminili lasciate ad aspettare, dove l’Odissea diventa la nuova Itaca di un regista che continua a inseguire se stesso.

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L’ossessione è un gioco che si fa da giovani”. Parola di Nikola Tesla in una scena di The Prestige. Frase pronunciata (da David Bowie) al cospetto del prestigiatore Rober Angier, uomo ossessionato da una rivalità logorante con un collega, che gli ha appena commissionato un oggettino “facile facile” da realizzare: una macchina per lo sdoppiamento umano. Clonazione, per dirla in modo meno poetico. 

Ecco, se è vero che l’ossessione è un gioco che si fa da giovani, Christopher Nolan non è d’accordo. Il nostro biondino londinese predica bene e razzola male. Perché ormai ha oltre 50 anni, giovane non lo è più, eppure continua imperterrito a rincorrere le sue ossessioni. Sempre a caccia delle proprie chimere. Questa volta, pur di seguire le sue utopie cinematografiche, si è messo a giocare con la mitologia. E lì le chimere, si sa, stanno belle comode. Ulisse assieme a Ulisse, sempre sulle stesse rotte, sempre sulla scia delle proprie ossessioni. Ancora più grandi, ancora più ambiziose, sempre fedeli a se stesse. E allora cerchiamo di capire perché il trailer di Odissea sembra confermare le fissazioni di un regista alla perenne ricerca della sua Itaca.

Se non dovessi tornare?

Dicono che Omero abbia settato i tre atti di ogni grande racconto epico: il viaggio, l’assedio e il ritorno. Per conferma, bussare dalle parti della Terra di Mezzo. Sembra che a Nolan interessi sempre e comunque il terzo atto. Quello del suo personale prestigio: il ritorno. Il tema centrale dell’Odissea è sempre stata la fissazione dei film nolaniani. In Inception Cobb vuole solo tornare a casa dai suoi figli. In Interstellar Cooper, dopo aver affrontato la sua odissea nello spazio, fa di tutto per tornare sulla Terra. In Dunkirk tutti i soldati aspettano che qualcuno li salvi e li riporti tra le braccia di Madre Patria. Questo nei film dove il tema del ritorno è più lampante, ma se scaviamo in altre opere di Nolan, il tema torna spesso. Non a caso la saga di Batman si chiude con quel cenno di intesa tra Bruce Wayne e Alfred sulle rive dell’Arno. Un sorriso che ha il sapore del ritorno a casa, con un padre putativo che si assicura che “suo figlio” abbia trovato finalmente la serenità. Cenno di intesa tra Michael Caine e Christian Bale che ritorna, come fosse una firma, anche nell’emozionante finale di The Prestige. Un padre riappare come dentro un numero di magia, pronto a riabbracciare finalmente sua figlia. Tornare a casa. Ancora una volta. Odissea, quindi, sarà l’apoteosi di un topos narrativo che ossessiona Nolan da tutta la vita.

Il tempo che passa

Ogni ritorno presuppone un viaggio. Ogni viaggio scomoda un altro tema nolaniano nel midollo: il tempo. Un tempo onnipresente nel suo cinema in cui la percezione temporale è quasi sempre irregolare, frammentata, sconnessa. Dai tempi di Memento, in cui il montaggio a ritroso restituiva alla perfezione la dimensione mentale di un protagonista con problemi di memoria, la filmografia di Nolan è sempre stata ossessionata dal tempo. Se Inception lo rendeva una sorta di dimensione personale tra gli argini del sogno, Dunkirk ha trasformato l’attesa in un grande purgatorio di anime in pena, dove la speranza si misurava in ore, giorni e settimane. L’apoteosi di questa ossessione ricorrente, ovviamente, resta Tenet. Thriller in cui Nolan manipola il tempo e lo rivolta come un calzino, giocandoci in maniera anche troppo autoreferenziale. Come se girare finalmente un film “sul tempo” (e non col tempo) lo abbia portato a far vincere la forma sulla sostanza. Senza dimenticare Interstellar, in cui il tempo è forse il vero nemico invisibile della storia.

Nell’Odissea il tempo passato lontano da Itaca è il protagonista dell’epopea di Ulisse. Il tempo è una specie di divinità silenziosa che opera silenziosa e inesorabile. Come una goccia capace di logorare lo scoglio, il tempo logora Ulisse, i suoi uomini e chi li sa aspettando a casa.

Le donne che aspettano

A proposito di “gente che aspetta”, eccoci davanti all’altro “vizio” di Nolan. Quello delle donne che vivono in funzione degli uomini. Il cinema nolaniano è sempre stato molto maschile, e spesso è stato anche criticato per questo. Nei suoi film le donne sono spesso evanescenti, visto che appaiono sottoforma di ricordo, di sogno o di figure secondaria, spesso subordinate ai protagonisti delle storie. Succede in quasi tutti i suoi film con qualche rara eccezione (ad esempio The Prestige in cui le donne sono anche il motore della narrazione), e anche quando ha provato a invertire la rotta (pensiamo a Tenet), la forzatura è stata evidente. 

In questo cinema declinato al maschile, la figura di Penelope incarna quasi l’apoteosi della donna immobile, costretta a subire le conseguenze del suo uomo in azione. Almeno a un primo sguardo superficiale. Come sappiamo, il personaggio di Penelope è “passivo” solo in apparenza, perché tesse i suoi interessi nell’ombra, diventando un’abile manipolatrice. Manipolatrice come Circe, la dea-maga che inganna Ulisse e i suoi compagni d’avventura. Insomma, Omero sembra fornire a Nolan una ghiotta occasione per raccontare le donne in modo nuovo, con più sfumature e più voglia di esplorare un mondo altro, che per Nolan sembra un meraviglioso mistero. Ulisse assieme a Ulisse. Verso un mondo che gli sembra ignoto. 

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