60 anni di Il Buco, il miglior film d'evasione di sempre
Basato su una vera evasione con veri evasi nel cast e una concentrazione impressionante sul suo obiettivo non è mai stato superato né è mai invecchiato
Sembra di stare in quegli sfasciacarrozze in cui si vanno a cercare informazioni, in cui si recuperano armi o che vengono usati come luoghi di scambio, uno sfascio che nasconde altro e che in questo caso è il posto in cui veniamo a sapere (come se fosse un’informazione clandestina) che il film è vero e che quell’attore non è un attore, sineddoche che ci introduce alla dimensione realistica di questo film di finzione.

Attacca così quello che con tutta probabilità è il più grande film d’evasione di sempre, uscito in questo giorno di 60 anni fa in Italia, ricevuto con lodi ovunque nel mondo e poi dimenticato stranamente. All’epoca non c’era mai stato nulla simile (nemmeno Un Condannato a Morte È Fuggito di Bresson, risalente a soli pochi anni prima ma dotato di tutta un’altra aria trascendente e mistica) e dopo nulla l’ha superato. Melville scrisse che era “il più bel film mai realizzato”, per dire dell’esaltazione che circolava. Fu preso in concorso a Cannes nello stesso anno di (tenetevi forte) La Dolce Vita, L’Avventura, La Fontana Della Vergine e fuori concorso Ben-Hur (per la cronaca la Palma la prese La Dolce Vita e nonostante il presidente di giuria fosse Simenon a Il Buco non andò niente).
Qualsiasi altro film d’evasione uscito in seguito si è dovuto misurare con questo standard oppure ha dovuto trovare tutta un’altra ragion d’essere pescando in ciò che Il Buco non tocca nemmeno con un bastone da un metro: la mistica o il senso della vita (come ha poi fatto con successo Le Ali Della Libertà), pochissimi reggono il confronto (Fuga da Alcatraz, tratto da un libro, girato nella vera prigione, tratto da una storia vera), nessuno può dirsi migliore.

Eppure Jacques Becker non visse a sufficienza per sapere del successo, morì poche settimane dopo le riprese. Era diventato cineasta dopo un lungo apprendistato con Jean Renoir (come anche fu per Visconti, che maestro dev’essere stato Renoir...) in particolare su Una Gita In Campagna e La Grande Illusione. Poi già nella repubblica di Vichy iniziò a far film ma più seriamente nel dopoguerra. Al suo sesto lungometraggio ingranò realmente, era il 1952 e quel film si chiamava Casco D’Oro (storia fenomenale di gangster e di una donna di cui sono innamorati con Simone Signoret), a cui sarebbe seguito Grisbi, forse il più bel film sul passare del tempo e diventare vecchi, di certo la miglior interpretazione di Jean Gabin da anziano (ironia, l'attore incontrato da giovane sul set di La Grande Illusione). I critici dei Cahiers du Cinema che poi sarebbero diventati i registi della Nouvelle Vague odiavano tantissimo del cinema francese degli anni ‘50 e guardavano più che altro all’America, ma Becker no. Becker era immenso anche per loro. Di lui al momento della morte Godard scrisse: “Solo lui era ed è francese tanto quanto la Francia” e del resto solo lui prima di quella generazione aveva iniziato a parlare del concetto di “autore” applicato al cinema (un cineasta anche scrittore che faccia film in maniera personale).

Mettere in pratica, testare e poi attuare quel piano occupa tutto il film. Ed è un racconto appassionante e metodico in cui non c’è colonna sonora ma solo un uso così sapiente dei rumori da far dimenticare questo dettaglio. I carcerati hanno iniziato a scavare un buco per accedere ai condotti sotterranei e da lì scappare. Come fare, quando scavare, che trucchi usare per non essere visti, come scassinare le serrature, come calcolare i tempi per non essere visti dalle guardie… Partecipiamo a tutte le fasi ed è un’odissea pazzesca nel dettaglio che tiene avvinti usando un ritmo compassato come fosse forsennato. Un’odissea in linea di massima realistica, perché molto del film è girato a La Santé e la partecipazione e consulenza di Barbat è garanzia di aderenza ai veri fatti (Becker sosteneva che le parti ricostruite in studio fossero identiche agli originali fino al più minimo dettaglio, e del resto vedendo il film non si avverte alcuna differenza).

Tutto viene dal libro omonimo che José Giovanni scrisse per raccontare quell’evasione del 1947 e quest’odissea quasi professionale (decenni prima di Mann, Becker vede i carcerati come fossero professionisti al lavoro) lentamente diventa umana quando il nuovo arrivato, capisce che c’è per lui un’apertura, potrebbe vedere la sua pena radicalmente ridotta se collaborasse con il direttore del penitenziario.

Dopo tutto questo il film avrà infine anche la forza di chiudere con uno dei finali più belli dei suoi anni (e la gara non era facile): “Povero Gaspard”. Detto con un misto di disprezzo e compassione da un non-attore che recita meglio di tutti, una faccia da vita vera prestata al cinema che spara il senso ultimo di questo film-impresa.
