Dal ring al ping pong: perché i Safdie restano uniti anche da separati
Dopo la separazione artistica, i fratelli Safdie tornano con The Smashing Machine e Marty Supreme: due film diversissimi che raccontano lo stesso sogno americano fatto di performance, corpo e fallimento
Sarà che noi cinefili siamo un po’ come Nanni Moretti in Bianca, ma quando una coppia artistica si sfalda ci rimaniamo male personalmente, come due amici che si lasciano. Non arriveremmo all’omicidio come il personaggio di Michele Apicella, ma una visita ai separati di persona, per chiedere loro di ricongiungersi, la faremmo. È stato così quando si sono separati i fratelli Coen, a cui il percorso solista non sta poi andando così bene; ed è così anche per i fratelli Safdie, Josh e Benny. I quali, però, hanno da poco fatto uscire due film che non sfigurano rispetto ai loro lavori di coppia: due opere apparentemente molto diverse tra loro che, invece, paiono le facce speculari della stessa carta.
Divisi come due rami
A pochi mesi di distanza, Benny ha realizzato The Smashing Machine, in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, mentre Josh è nelle sale italiane con Marty Supreme, tra i favoriti per gli Oscar 2026. I due, stando a quanto detto da Benny in un’intervista su The Business, si sarebbero separati consensualmente e in via probabilmente permanente, desiderosi di esplorare ognuno la propria strada artistica: il primo concentrandosi anche sulla recitazione (sarà a luglio nell’Odissea di Nolan), il secondo invece lavorando sulla propria traiettoria registica.
Non una rottura, ma una ramificazione, com’è stata definita la separazione: una definizione che, alla luce dei due film, appare sensata, perché nella loro diversità, lontananza, quasi opposizione, The Smashing Machine e Marty Supreme sono film molto più simili di quanto non sembri a un primo sguardo, come se fossero generati da uno stesso seme. Il film di Benny ha un’impostazione classica, con ritmo e personaggi più pacati; guarda il mondo attraverso il bisogno di gentilezza e calma del suo lottatore e della sua vita suburbana. Quello di Josh è invece frenetico, ritmatissimo, nervoso, sull’orlo della pazzia, immerso nelle metropoli e nella voglia di vita ossessiva del suo pongista.Opposti? No, speculari
Partiamo dalla scelta del contesto. Da una parte le arti marziali miste, dall’altra il ping pong: sport collocati a distanze siderali nell’immaginario collettivo, uno praticato da colossi, l’altro da scattanti mingherlini. In che modo i Safdie riescono a renderli affini? Attraverso la performance, termine diventato centrale non solo nel cinema, ma nella società e nella cultura politica degli ultimi anni.
I due fratelli hanno scelto due attori ancora una volta agli antipodi per i ruoli dei protagonisti: da una parte Dwayne Johnson, wrestler professionista alto 1,96 m e composto da 120 kg di muscoli; dall’altra Timothée Chalamet, venti centimetri più basso e cinquanta chili più leggero. Due personaggi anch’essi diametralmente opposti: il primo picchia gli avversari per vivere, ma poi li inonda di rispetto, cercando prima di tutto in sé stesso una calma e una gentilezza da condividere con il mondo; il secondo è frenetico, spesso nervoso, e tenta di manipolare gli altri mentendo, rubando, truffando, usando parole e azioni.
Eppure entrambi fanno della performance fisica il cuore della loro attività sportiva e recitativa. Mark Kerr, in quanto lottatore, usa il suo corpo come un’arma e la sua prossemica come strumento per sedurre gli spettatori e intimidire gli avversari, tanto più che Johnson, essendo da sempre un wrestler, è prima un performer e poi un atleta. Marty Mauser, ispirato al vero pongista statunitense Marty Reisman, non solo esalta la propria agilità attorno al tavolo da gioco, ma usa la mimica e le capacità recitative per convincere gli altri, ammansirli e ottenere ciò che non può — o non sa — conquistare con metodi diversi, più “puliti”.
Il corpo degli USA
L’esaltazione della corporeità come mezzo di comunicazione, espressione e incantamento non è soltanto il racconto delle competizioni sportive, ma anche del mondo che sta loro dietro, della società in cui si muovono, del paese in cui si svolgono. Forse non è un caso che entrambi i film siano ambientati in momenti storici — gli anni ’90 in un caso, i ’50 nell’altro — precedenti alla popolarizzazione di quelle discipline negli Stati Uniti, usando le personalità dei due sportivi come veicolo promozionale per le MMA e il tennistavolo. Il marketing e la mediaticità diventano fondamentali per il successo: il modo in cui cercano, o devono, vendersi — e con loro lo sport che praticano — è un fattore determinante, talvolta persino più del talento effettivo.
Mark deve gestire con cautela, come da sua indole, la crescente attenzione della stampa verso le sue vittorie, le sue “faide”, il rapporto turbolento con la moglie; Marty (anche i nomi sono simili, guarda caso) invece cavalca l’onda, desidera l’attenzione mediatica, progetta palline arancioni all’avanguardia che dovrebbero dominare il mercato, con sopra scritto “Dream big”. Sogna in grande. C’è qualcosa di più statunitense?
Fuga dal sogno americano
Ed è infatti così: entrambi i film sono riflessioni più o meno esplicite sul sogno americano o, detto meno banalmente, su come quel sogno — talento e duro lavoro, ostinazione e ingegno capaci di portare ovunque — sia stato il modo migliore con cui il capitalismo a stelle e strisce ha saputo vendersi. Il mito del successo possibile, anzi necessario, diventa l’unica cosa che conta nel paese delle opportunità, nella terra dell’abbondanza.
Mark e Marty sono due sconfitti: due professionisti tenaci che tendono alla perfezione, al gradino più alto, come l’ideologia statunitense impone, e che hanno cercato molte strade per raggiungerlo senza riuscirci. Sconfitte però onorevoli, altrimenti non saremmo nel cinema hollywoodiano, per quanto corretto da un retrogusto anni ’70, meno dolce, che profuma comunque di vittoria, come nel primo Rocky. Entrambi perdono sul campo, ma si riscattano nella vita: anche qui in modo opposto nello stile, ma uguale nella sostanza. Il politico torna a essere privato, come negli anni ’80, nella stagione del riflusso. Ed entrambi i fratelli Safdie lo hanno capito benissimo: da una parte attraverso l’iconografia, dall’altra tramite le musiche.
Anche se separati, anche se così lontani, i due Safdie restano rami dello stesso tronco, figli della stessa nazione, di cui riconoscono i limiti ma di cui, in fondo, accettano le regole.