Drive: compie 10 anni uno dei film più influenti del nostro tempo
Con Drive Refn riusciva nell’ossimoro di rallentare l’azione senza rinunciare a tensione e movimento, creando per tutti un nuovo filone del cinema
Quando Drive arrivò in Italia, la distribuzione pensò di diffondere online i primi 10 minuti del film. Fu una trovata perfetta non solo commercialmente ma anche criticamente. È infatti in quell’attacco che è contenuta tutta la rivoluzione di Drive. In quella scena d’azione iniziale come ce ne potrebbero essere in un film di 007 (solo mandata a x0,5) manca tutto quello che siamo abituati a trovare in una scena d’azione. Niente foga, niente montaggio concitato, niente movimenti folli, niente spettacolarizzazione e niente musica.
Refn creava una tensione migliore e un’epica più coinvolgente di Fast & Furious senza usare nessuno dei suoi strumenti ma mostrando un altro territorio del cinema. Era così perfetto da non colpire solo i più attenti al linguaggio delle immagini ma pure gli spettatori più distratti.
https://www.youtube.com/watch?v=CAO-7irr588
Il film parla solo con le immagini e i suoni.

Quella della produzione di Drive è una storia di europei che vanno ad Hollywood prendono la materia hollywoodiana più pura e la stravolgono con idee impensabili in America, plasmando quello che conoscono (e conosciamo) in direzioni che nessuno sa prevedere. Cioè la storia stessa di Hollywood.
Siamo nel post-Michael Mann in quell’idea di pulp-zen delle metropoli, in cui il crimine e attraversare una città di notte in auto con intenti d’azione (e suoni elettronici) si trasformano in una forma di meditazione. In più in Drive c’è proprio Refn stesso, le sue ossessioni e la ferma intenzione di fondere insieme tutto quello che ama del cinema d’autore con tutto quello che ama del genere, il gusto per la composizione la fotografia e la musica di Cliff Martinez, una versione molto migliore e più elevata dei suoni anni ‘80 di Can’t Fight This Feeling. Drive non è un film di livelli di lettura profondi ma uno di accostamenti che creano senso.

Refn rispolvera e ricrea da zero l’estetica del neon, rilanciandola per tutti gli anni ‘10, la accosta ad una storia ispirata a The Driver di Walter Hill, la accosta a Cliff Martinez e al romanticismo spinto. Tutto amalgamato dalla sua rarefazione, dalla capacità che ha di rallentare e creare atmosfere coinvolgenti passando per percorsi che nessun altro conosce.
Drive ragiona come se fosse il primo film della storia del cinema, nel senso che pur appoggiandosi ad un romanzo e (vagamente) ad un altro film, fa tutto in una maniera personale. Ha un font suo per i titoli di testa, ha colori solo suoi (il misto di rossi e blu al neon diventerà un classico dei film modaioli notturni degli anni a seguire), ha un abbigliamento suo, fotografia tutta sua, un protagonista che non parla come non avevamo visto e poi le scene d’azione lente (una addirittura in ralenti), una donna come Christina Hendricks e un’altra come Carey Mulligan (cioè agli antipodi), in una trama che meno di così davvero non si poteva. È a tutti gli effetti cinema d’autore europeo portato a chiunque, trasformato in materiale commerciale.
Il suo successo con il pubblico, con l’industria e al festival di Cannes spiegano bene quanti territori possa occupare il film.
Fino a quello dei videogiochi.

È una delle pietre fondamentali del grande cambiamento degli anni ‘10.
C’era già stato Il cavaliere oscuro e il cinema di Nolan (che tuttavia non sono materia da festival) ma poi arriverà Gravity con i suoi successi festivalieri, Oscar e pubblico che per altri versi contribuirà a lanciare l’idea che gli autori, i registi con visioni uniche e poetiche particolari possono essere le persone migliori per creare un cinema di genere crossover, capace cioè di prendere sia il pubblico che desidera qualcosa di commerciale che quello che desidera qualcosa di sofisticato. Il sogno tarantiniano (cinema per tutti e per pochi al tempo stesso) diventa di massa per una decade. Arriveranno La forma dell’acqua, Arrival, La La Land, Joker e tantissimi altri film che confermeranno questa idea (ma pure molti altri che falliscono cercando di giocare in quell’arena).

Drive rimane il prototipo impossibile da replicare, lancia tutti i coinvolti e soprattutto Ryan Gosling appiccicandogli i ruoli silenziosi ed enfatizzando la sua preferenza per una recitazione dolente e in sottrazione. Di nuovo una scelta non proprio da cinema commerciale ma più da cinema d’autore, che invece diventa mainstream.
Con grande sorpresa sarà poi Refn stesso a suicidarsi, commercialmente parlando, negando tutto quello che Drive aveva affermato. Solo Dio perdona e poi The Neon Demon sono sterzate potenti verso il cinema da festival, non hanno niente della ricerca commerciale di Drive. Sono in linea con molti dei film che faceva prima (Valhalla Rising ad esempio) e sono stati per lui un modo di sottrarsi all’hollywoodizzazione della sua carriera, rifiutare di normalizzare il suo cinema e anzi dire a tutti che lui gioca in un altro campionato, vuole fare altro ed è altro.
Lo stesso la forza di Drive è tale che lo status di Refn rimane altissimo, anche dopo l’insuccesso della serie Too Young To Die Old.
Cosa ne pensate del nostro special dedicato a Drive di Nicolas Winding Refn? Ditecelo nei commenti!