Fino all'ultimo respiro in realtà racconta la storia d'amore tra la Francia e l'America
Rilettura della storia di Fino all'ultimo respiro, a 60 anni dalla sua uscita, come la cronaca dell'innamoramento (non corrisposto) della Francia per l'America
Le regole non esistono. Sono qualcosa di impostato da chi è venuto prima e confermato da chi c'è adesso. Vincolano solo chi vuole esserne vincolato.
Non esistono gabbie formali ad un mezzo d’espressione, figuriamoci ad una forma d’arte. Sono solo convenzioni fissate da chi produce per comodità, per poter organizzare una squadra, un team o una troupe in modo che tutti sappiano fare tutto e convenzioni comode a chi fruisce, a chi guarda, così che sappia già cosa attendersi, perché un oceano di novità sempre diverse ogni volta sarebbe insostenibile, troppa informazione, troppo opaca. Le convenzioni sono utili a tutti per fare in fretta, essere chiari, comprendere e veicolare in maniera efficace un’idea. Ma non sono regole, possono essere disattese in ogni momento. Le regole non esistono.

Rompendo le regole e creandone altre, sue, Godard inventava il cinema moderno.
La prima cosa che quel film affermava era il valore della rottura delle regole e la loro sostanziale fragilità.

“Fino all’ultimo respiro mi ha insegnato la gioia di rompere le regole e cazzeggiare con il mezzo” - Quentin Tarantino

Era infatti accaduto alla fine della guerra che la Francia stringesse un patto con gli Stati Uniti, un accordo politico che annullava gli immensi debiti di guerra maturati dai francesi nei confronti degli americani. Come conseguenza di quest’accordo saltò anche la parziale chiusura dei cinema francesi nei confronti dei film americani. Di colpo la generazione di Godard che nel 1950 aveva vent’anni, veniva invasa dal cinema americano. I film del decennio precedente (mai arrivati) e quelli contemporanei, tutti insieme. Si erano persi i western degli anni ‘40, i melodrammi, la nascita del noir e la creazione di star come Humphrey Bogart.

È proprio quel tipo di tradizione cinematografica del realismo poetico francese per cui sia Godard e Truffaut andavano matti che si innamora della novità statunitense, dei suoi miti e ai quali quel mondo appare sempre lontano, come lontana è Jean Seberg, un po’ distante, simpatica, affascinante ma altera.
Mentre Belmondo è la parodia di un gangster americano, piccolino di fronte al faccione gigante di Bogart nel poster di Il colosso d’argilla, Jean Seberg è un alieno in Francia con cui gioca sotto le coperte ma mai veramente sua. Addirittura lui stesso in mezzo alla valanga di dialoghi tra i due ad un certo punto dirà che la loro unione è “una vera riconciliazione francoamericana”.

Un francese con il mito dell’America che imita Bogart in un film che di fatto è un noir all’americana ma tutto spezzettato, sconnesso, conscio di essere un film ed elettrico. Palesemente un’imitazione e non quella cosa lì. È così intento a rompere ogni regola Godard che nel film stesso riconosce che la trama gli trascende, che a furia di improvvisazioni gli sfugge di mano e inserisce se stesso, nel ruolo di un passante che indirizza la polizia verso il protagonista. Fare dei cammeo era prassi per tantissimi registi da quelli di Hitchcock nei suoi film muti in poi, ma Godard inserisce se stesso, l’autore, nei panni di qualcuno che cerca di dare una direzione alla trama.
Ci riuscirà, la polizia raggiungerà il protagonista che alla fine morirà come le convenzioni del genere vogliono (ma è una delle molte decisioni prese sul set, originariamente non doveva andare così). Solo che avviene in una maniera parodistica, camminando all’infinito lungo una via cittadina, in una scena rubata (e girata senza autorizzazioni), con i passanti che osservano straniti cosa stia accadendo e guardando in camera rendono evidente a tutti il fatto di non essere comparse. In mezzo alla società civile la sconfitta della Francia ad opera dell’America.