I video con la GoPro sono meglio di Point Break (il remake ovviamente)
Point Break (il remake, ovviamente) è uno degli esercizi di stile più vuoti e sciocchi di questo millennio: tanto vale andare su YouTube
Nell’ottobre dell’anno scorso è uscito, per PC e per le console di nuova e un po’ meno nuova generazione, un gioco chiamato Riders Republic. Ambientato in una mappa creata mischiando insieme alcuni dei parchi nazionali più famosi d’America, il gioco è una collezione di gare ed eventi limitrofi legati agli sport più o meno estremi, dallo snowboard in pista nera ai voli in wingsuit passando per le sempreverdi biciclette. Per giustificare la presenza di queste gare, Riders Republic racconta, o prova a raccontare, una storia un po’ sciocca e raffazzonata, che vede chi gioca vincere gare e farsi notare per scalare i ranghi di questa organizzazione di gente a cui piace rischiare l’osso del collo chiamata, appunto, Riders Republic. È una storia posticcia e inutile, e particolarmente irritante perché popolata solo di quarantenni ipercaffeinati che parlano come se fossimo ancora negli anni Ottanta. Ebbene, ora sostituite l’ottimismo e la caffeina con l’ecoterrorismo e otterrete il remake di Point Break.
Per cui perdoniamo in partenza il remake di Point Break in quanto pessimo remake di Point Break: non ci si poteva fare molto. Ci si poteva forse fare qualcosa di più facendo un po’ di attenzione a modificare le cose giuste; e invece qui Johnny Utah non è un ex giocatore di football stroncato da un infortunio, ma un ex appassionato di sport estremi che compiva le sue pazze evoluzioni per avere il maggior numero possibile di visualizzazioni su YouTube. Questa scelta potrebbe sembrare perfetta, perché crea un Johnny Utah già all’altezza delle sfide che affronterà; Keanu Reeves partiva dal football per scoprire il mondo del surf, Luke Bracey invece comincia il film percorrendo in moto il difficilissimo costone di una montagna molto alta.
Ne dubitiamo moltissimo: Point Break non è un film furbo, né particolarmente intelligente. È spettacolare, questo gli va concesso: per lunghi tratti sembra che i dialoghi, la costruzione dei personaggi, le scene di raccordo non siano altro che una lunga rincorsa verso il prossimo momento nel quale i protagonisti si lanciano giù da qualcosa. È un film che vuole raccontare tanto, complicando l’aspetto thriller dell’originale e portandolo su una scala più globale, ed è quindi costretto a infilare meccanicamente una scena dietro l’altra, uno spiegone dietro l’altro per tenere il ritmo del suo stesso intreccio. E in mezzo, a fare da tessuto connettivo nonché unica ragione plausibile per cui nel 2015 una persona potesse decidere di andare al cinema a vedere questo film, tante, tantissime evoluzioni, corse pazze in snowboard, surfate estreme, persino una citazione neanche troppo velata a Fight Club, per non farsi mancare nulla.
Vi ricordate Keanu Reeves e Patrick Swayze? Immaginate come può funzionare la stessa storia interpretata però da Luke Bracey ed Édgar Ramírez. Ve lo diciamo noi: malissimo, i due non hanno alcuna alchimia, nessun carisma, nessuno star power e nessuna capacità di mangiarsi un’inquadratura con la loro stessa presenza. L’assenza di carisma è uno dei tratti distintivi fondamentali di Point Break: è indicativo che, per l’inevitabile ruolo femminile di secondo piano ma utile per far felici gli occhi, sia stata scelta Miss Anonimato Teresa Palmer in persona. Vi ricordate tutta la retorica sul surf che sembrava alta filosofia perché ce la spiegava Patrick Swayze? Immaginate qualcosa di simile, ma senza alcuna traccia di ironia o di personalità, e avrete un’idea di cosa significa sopportare Point Break. Tutto nell’attesa della successiva scena d’azione – ma allora a quel punto tanto vale andare su YouTube a cercare i video con la GoPro che la gente si fa lanciandosi giù dalle montagne. È pure gratis.
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