John Wick ha il dono della sintesi
John Wick è un film che rispetta alla perfezione la prima regola del cinema: mostrare, non raccontare
“Cinema” significa letteralmente “movimento”, e il vantaggio che la settima arte ha sempre avuto sulle sei precedenti è proprio questo: rispetto alla scrittura e alle altre visive ha il controllo sia dello spazio e del tempo, e grazie al supporto delle immagini e senza il limite della loro staticità, può raccontare storie senza bisogno di affidarsi (troppo) alle parole. Il cinema migliore – o meglio, senza giudizi di valore, il cinema più puro e primigenio – è quello che mostra quello che vuole narrare, spiegandolo il meno possibile. E pochi film degli ultimi anni sono in questo senso virtuosi quanto lo è il primo John Wick, e in particolare la prima mezz’ora del primo John Wick.
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Il fatto che in John Wick Keanu Reeves ammazzi vagonate di persone senza neanche versare una goccia di sudore ha però, anche con gli anni, quasi fatto passare in secondo piano quanto il film sia una masterclass di sintesi cinematografica, e quanto in particolare il primo atto sia una mezz’ora da manuale del cinema di come raccontare una storia, e tratteggiare un intero universo, usando solo poche decine di parole, le immagini giuste e la fondamentale arte del montaggio. La storia la conoscete: John Wick è un ex assassino al soldo della mafia russa che si è sposato e ha mollato la vita criminale; la moglie muore di cancro, lasciandogli in eredità solo tanti ricordi e il cagnolino più puccioso di questo millennio; la mafia russa vuole comprare la macchina di John Wick, che però è ancora in lutto e risponde male; la mafia russa va a casa di John Wick, gli ruba la macchina, gli ammazza il cane e lo lascia malmenato e mezzo morto; John Wick si risveglia incazzato come una biscia e per vendicarsi fa una strage.
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Si apre in medias res, con un Keanu Reeves insanguinato che guarda un video della moglie; scoprire dove si colloca questa cold open nell’arco narrativo del film è il primo giochino che ci viene proposto da Stahelski. La storia d’amore tra John e Helen viene riassunta in un training montage (marriage montage?) che non indugia mai sui dettagli più morbosi ma dipinge il lato umano del protagonista con pochi, naturalissimi tocchi. Scopriamo l’attenzione ai dettagli di John, il suo amore per la sua macchina, e cominciamo a intravedere la passione di Stahelski per le inquadrature a effetto (si veda quella del funerale di Helen). Willem Dafoe ci viene presentato sotto forma di silhouette, di profilo, sotto la pioggia: avete mai visto una persona inquadrata così in un film che NON fosse un criminale, o comunque adiacente a quel mondo?
Quale mostro ucciderebbe mai un animale così tenero?
John Wick ci viene presentato come un signor nessuno, un anonimo borghese che vuole solo godersi la sua solitudine ed essere lasciato in pace. Ma il modo in cui un intero universo criminale reagisce alla sua semplice presenza ci dice che questo uomo senza qualità nasconde qualcosa, qualcosa di abbastanza potente da terrorizzare anche il capo della mafia russa. È una tensione costante verso la rivelazione, che arriva peraltro nel modo migliore possibile: Viggo spiega al figlio che ha appena rubato la macchina, e ucciso il cane, dell’Uomo Nero, e per riassumere cosa significhi tutto questo pronuncia l’ormai storica frase “una volta l’ho visto uccidere tre persone con una matita”.


