Kobe Bryant, la mia giovinezza, i videogiochi
Kobe Bryant lascia un vuoto incolmabile in milioni di appassionati, fan, persone comuni che si sono imbattute, anche solo per caso in una delle sue tante frasi motivazionali o che si sono commosse con il suo splendido cortometraggio animato Dear Basketball
Lorenzo Kobe Fazio gioca dai tempi del Master System. Scrive per importanti testate del settore da oltre una decina d'anni ed è co-autore del saggio "Teatro e Videogiochi. Dall'avatara agli avatar".
Passioni travolgenti che in pochi mesi mi spinsero a rivoluzionare il guardaroba, a comprare decine e decine di album, niente Spotify all’epoca naturalmente, a farmi appioppare un soprannome, che ancora oggi mi accompagna, fortunatamente, come diretta conseguenza dell’amore travolgente che mi colse sin dalla prima volta che vidi giocare la guardia dei Los Angeles Lakers.
Costretto insieme a un manipolo di giovani infervorati della palla a spicchi in un piccolo paesino di montagna, a pochi chilometri dal confine che divide l’Emilia-Romagna dalla Toscana, l’unico modo per tenersi aggiornati era scambiarsi mucchi di VHS con chi godeva di un abbonamento alla TV a pagamento, comprare quante più riviste specializzate possibile, affidarsi al Televideo, altra creatura digitale estinta da tempo, ritrovarsi al campetto con i propri amici per condividere pareri, giudizi, novità.
Quel gruppo di ragazzi, oggi uomini sconvolti dalla notizia della prematura scomparsa del campione cresciuto anche in Italia, nutriva un’altra passione comune: quella per i videogiochi.
Dal collezionista sfegatato, che tuttavia non ha mai avuto il coraggio di mostrare agli altri i tanti pezzi che giurava di possedere e di custodire gelosamente nella sua cameretta, al fissato con le sfide multiplayer, ovviamente in locale, a V-Rally e Mario Kart, ogni incontro era l’occasione giusta per elencare i nuovi acquisti effettuati o citare i titoli del momento che avremmo tanto voluto provare e giocare tutti insieme.
Da amanti del basket, naturalmente, non potevamo ignorare la saga di NBA Live, non plus ultra per l’epoca, simulazione cestistica di Electronic Arts che offriva l’eccitate possibilità di ripercorrere virtualmente le strepitose cavalcate dei Lakers verso il titolo, esattamente come accadde nel 1999, 2000 e 2001, three-peat, come si dice in gergo, che lanciò Kobe Bryant nel firmamento delle superstar NBA, giovanissimo predestinato che già stava riscrivendo la storia della palla a spicchi.
Con gli anni, qualche titolo NBA dopo, quel gruppo di amici si è ovviamente sciolto, nonostante qualcuno di noi sia rimasto in contatto e capiti persino di vedersi di tanto in tanto.
Eppure la passione comune è rimasta immutata. Anzi, quella per il basket e per i videogiochi, semmai, è accresciuta, soprattutto in chi vi scrive, ovviamente.
Con il diretto seguito, più genericamente intitolato NBA Courtside 2002, le cose sul piano della qualità globale andarono leggermente meglio, non fosse altro per l’incredibile intuizione di assegnare allo stick analogico destro il compito di direzionare i passaggi, feature inspiegabilmente mai più riproposta in nessun’altra simulazione. Quel gioco per Game Cube, tuttavia, è passato agli annali soprattutto per la splendida pubblicità che ne accompagnò l’uscita: un cubo di vetro, a simboleggiare la console della Grande N, con dentro una miriade di oggetti celebrativi dedicati al giocatore dei Lakers, con poco sotto una scritta che recitava “non venerare Kobe Bryant, diventalo”. Un messaggio davvero graffiante ed efficace per chi nell’armadio possedeva più jersey Giallo-Viola che paia di mutande.
Kobe Bryant e i videogiochi si sono incontrati da vicino in almeno altre due occasioni fugaci. Per promuovere Guitar Hero World Tour, quando ancora genere e saga erano sulla cresta dell’onda, il cestista, che non perdeva occasione per prestare il suo volto anche in occasioni televisive più o meno elaborate, dimostrò le sue discrete doti attoriali in uno spot dai toni estremamente ironici, in compagnia di altri sportivi del calibro di Tony Hawk e Michael Phelps.
Kobe Bryant lascia un vuoto incolmabile in milioni di appassionati, fan, persone comuni che si sono imbattute, anche solo per caso, in una delle sue tante frasi motivazionali o che si sono commosse con il suo splendido cortometraggio animato, Dear Basketball, prodotto che è persino valso un Oscar all’ex-campione NBA.
Le sue gesta, cestistiche e non, rimarranno per sempre impresse nella memoria di chiunque lo abbia amato, ma anche nei tanti video che è facile reperire su YouTube o servizi affini. Noi videogiocatori, fortunatamente, avremo anche altri modi per ricordarlo e celebrarlo. Personalmente non sono ancora riuscito a realizzare 81 punti con un qualsiasi suo avatar digitale, cosa che invece gli riuscì nella realtà contro i Raptors il 22 gennaio 2006 in una delle più straordinarie e onnipotenti performance mai viste su un parquet. Penso, tuttavia, che nei prossimi giorni riunirò tutte le simulazioni cestistiche accumulate in questi anni, Kobe Bryant in NBA Courtside in testa, e ci proverò ancora una volta, lasciandomi trascinare dal piacevole flusso di ricordi che la pratica, inevitabilmente, azionerà.