Malèna è un film sull’amore e sulle biciclette
Malèna non è invecchiato bene. L'erotismo manicheo lascia il posto a un oggetto simbolo della crescita ben più interessante: la bicicletta
“Ora sei un uomo pure tu” dicono gli amici al dodicenne Renato Amoroso dopo che si presenta a loro con la sua nuova bicicletta. Può così seguirli nell’attività con cui si intrattengono nei lunghi e soleggiati pomeriggi di Castelcutò. In questa cittadina immaginaria della Sicilia c’è una bomba ad orologeria: Malèna (Monica Bellucci). La donna di cui tutti si innamorano, un fantasma che si aggira, aliena, distante e bellissima. I ragazzi la guardano passare per dare un senso alle loro giornate.
L'erotismo nostalgico di Malèna
Sempre attratto dal tema del sogno e del cinema, Tornatore prende le mosse dal ricordo del suo sceneggiatore Luciano Vincenzoni. Inizia così l’ennesimo flashback nostalgico della sua filmografia. L’educazione allo sguardo di Renato, che scopre la sessualità da una distanza cinematografica. È un osservatore mai protagonista della scena. Forse è anche lui un fantasma. O forse siamo noi, spettatori paganti, curiosi e ingordi, che esercitiamo il pieno potere dei nostri occhi.
Mentre scopre i propri desideri, tra grottesche masturbazioni e sogni ad occhi aperti, il piccolo Renato è accompagnato dalla sua bicicletta. Gira nella scena come un regista va da un’inquadratura all’altra solo grazie al suo mezzo di trasporto. Un oggetto quasi erotico.
Hai voluto la bicicletta... ora vivi!
La bicicletta è così un insolito simbolo fallico, legato alla libertà dello sguardo. Quando puoi andare dove vuoi, puoi anche vedere tutto quello che desideri. Non è solo questo: il film di Tornatore è profondamente imperfetto, come L’uomo delle stelle si incarta sulla sua stessa idea, fatica a procedere, ad evolversi oltre la situazione di partenza. Si innamora così tanto della sua forza simbolica che, proprio come il protagonista, ne rimane ossessionato e immobilizzato. Capisce la sensualità di Monica Bellucci e la usa nel modo giusto, lasciandola però sempre troppo distante. È impossibile empatizzare con lei più di come si potrebbe farlo con un'ideale di donna perfetta cantata dai poeti. Lei, angelicata, esclude però tutte le altre, che non sono libere ma succubi del patriarcato. Le invidiose.
Però Malèna è soprattutto un film di sensazioni, acuite dalla fotografia morbida di Lajos Koltai e dal ferro e dalla polvere che circonda Renato.
Così, sempre caricato dall’eccessiva voglia di costruire scene madri, il film è oggi una riflessione un po’ inattuale e troppo manichea rispetto al mondo maschile. Il punto di vista soggettivo e la fantasia avrebbero richiesto un terzo soggetto, che potesse raccontare la sua storia, cioè la donna stessa.
Resta ancora molto valido invece come romanzo di formazione: nel cinema contemporaneo la crescita è raccontata molto meno come uno sviluppo affettivo. I registi tendono a usare i valori acquisiti, le avventure trascorse, come catalizzatore di un cambiamento. Invece, come dice correttamente Tornatore, quando si cresce cambiano i sentimenti, molto più delle cose che si fanno.
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