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Questa serie su Prime Video parlava di body shaming già 20 anni fa (ed è ingiustamente sottovalutata)

La serie con America Ferrera che parlava di body shaming in tempi non sospetti e che merita la tua visione.

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Per chi non l'avesse mai vista, Ugly Betty, disponibile su Prime Video, racconta la storia di Betty Suarez, interpretata da America Ferrera, una giovane donna che si ritrova a lavorare nella più glamour rivista di moda di New York City. Il paradosso è evidente: Betty non corrisponde ai canoni estetici del mondo patinato che la circonda, e proprio questa dissonanza diventa il cuore pulsante della serie. Basata sulla telenovela colombiana Yo soy Betty, la fea, la versione americana trasforma il format originale in una comedy sharp e satirica che affronta temi pesanti con una leggerezza disarmante. Quello che rende Ugly Betty davvero speciale è la sua capacità di essere stata tremendamente avanti rispetto ai tempi.

Stiamo parlando di una serie andata in onda tra il 2006 e il 2010 che affrontava senza filtri questioni come il body shaming, le identità sessuali e di genere, le dinamiche razziali e le differenze di classe. Tematiche che oggi dominano il discorso pubblico, ma che all'epoca erano raramente trattate con tale profondità nelle sitcom mainstream. La serie viene spesso descritta come "camp", un termine che nel gergo televisivo indica un'estetica volutamente esagerata e teatrale. Ma Ugly Betty non si limita a essere camp: lo rivendica come strumento narrativo. Attingendo a piene mani dalle soap opera e dai melodrammi più estremi, la serie si prende gioco di questi format mentre li celebra, inserendo colpi di scena shockanti e situazioni over-the-top che diventano parte integrante del suo DNA comico.

Il cast ensemble guidato da America Ferrera è uno dei punti di forza dello show. Attori che oggi sono volti noti del panorama televisivo e cinematografico hanno costruito personaggi memorabili, capaci di oscillare tra il ridicolo e il toccante nell'arco di una singola scena. Questa capacità di bilanciare il tono comico con una posta in gioco emotivamente rilevante è ciò che distingue Ugly Betty dalle altre sitcom del suo periodo. I numeri parlano chiaro: la serie vanta un impressionante 97 percento di approvazione da parte della critica su Rotten Tomatoes e un solido 84 percento dal pubblico. Eppure, stranamente, Ugly Betty non figura tra i titoli più discussi o celebrati del catalogo. Un'ingiustizia che rende ancora più urgente l'invito a recuperarla.

Dal punto di vista pratico, l'impresa di vedere tutte e quattro le stagioni prima della rimozione potrebbe sembrare intimidatoria. Parliamo di un totale che oscilla tra le 18 e le 24 puntate per stagione, ciascuna della durata di circa 42 minuti. Si tratta del formato classico delle serie network, pensate per riempire un'ora di programmazione con le pause pubblicitarie. In un'epoca in cui molte produzioni moderne si limitano a 8-10 episodi per stagione, Ugly Betty, che ha garantito un successo enorme ad America Ferrera, offre qualcosa di diverso: una quantità sostanziosa di sviluppo narrativo e approfondimento dei personaggi.

Chi decide di intraprendere questa maratona televisiva si troverà di fronte a una serie che si muove con un ritmo incalzante. Ogni episodio costruisce sulla narrazione precedente, creando archi stagionali ricchi di subplot intrecciati e momenti che premiano lo spettatore fedele. È il tipo di esperienza televisiva che oggi sembra quasi nostalgica, un reminder di quando le serie potevano prendersi il tempo di esplorare davvero i loro universi narrativi.

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