Ocean’s 8 ha il problema di non avere problemi
Ocean’s 8 è uno heist movie sopra le righe nel quale il piano e la sua esecuzione sono talmente perfetti da diventare noiosi
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Ocean’s 8 e le aspettative
In produzione dal 2015 e concretizzatosi solo tre anni dopo, Ocean’s 8 ha avuto la sfortuna di venire concepito come “spin-off al femminile di Ocean’s 11”, uno stigma tremendo, a quanto pare, in un’epoca di Ghostbusters con Melissa McCarthy, un insulto a tutti quei maschi che si sentono defraudati dell’infanzia se uno dei loro eroi viene ripensato di un altro genere. Per cui fin dai primi giorni Ocean’s 8, in termini di promozione, copertura stampa, discussioni suscitate, è stato presentato come un film con un’agenda, creativa e anche politica, e tutta la conversazione (legittima, per quanto portata avanti spesso con toni e argomentazioni demenziali) ha distratto dalla lettera del film, che è prima di tutto uno heist movie.

Ocean’s 8 e i diamanti
E invece, forse nella paura di scontentare il fandom della trilogia oiginale, Ocean’s 8 (guarda il trailer) è un ricalco dei tre film precedenti, dei quali rubacchia la struttura, la coolness, la tendenza a buttarla sul ridere e ad assecondare tutti i tempi comici anche a scapito dell’immersività e persino il DNA della protagonista. Perché ovviamente “la versione al femminile di Ocean’s 11” ha come protagonista “la sorella del protagonista maschio di Ocean’s 11”: è Sandra Bullock, che più passano gli anni più diventa capace di mettersi sulle spalle un intero film e portarlo a casa senza neanche sudare. Debbie, questo il nome della sorella di Danny, è appena uscita di galera dopo essere stata tradita dal suo partner (nella vita e nel crimine), e dopo aver passato cinque anni a elaborare il piano perfetto decide di riunire la vecchia squadra e metterlo in atto.

“Spin-off al femminile”
Quello che succede in Ocean’s 8 è quindi quello che succedeva nei tre Ocean’s precedenti, solo con facce nuove: c’è la fase in cui viene riunita la squadra, quella dove si provano i primi dettagli, c’è un momento di crisi pre-rapina, e poi ovviamente c’è l’esecuzione del piano, e lo champagne da stappare quando (se!) va tutto bene. È tutto al posto giusto, ed è scritto con la giusta attenzione al genere dei personaggi: il rischio quando si va uno spin-off al femminile è quello di scrivere un film al maschile e poi sistemare la grammatica, ma le ladre di Ocean’s 8 sono donne non per necessità di marketing ma perché è essenziale al loro lavoro.

Il problema dell’assenza di problemi
Da un lato quindi l’aver spostato il focus dell’attenzione sul genere delle protagoniste (Ocean’s 8 non è “uno heist movie”, è “Ocean’s 11 con le femmine”) è servito per scrivere un film dove essere donne ha effettivamente un senso narrativo e non sembra una scelta fatta perché dal marketing ti hanno detto che tira e ti fa passare per uno dei buoni. Dall’altro Gary Ross, che oltre a dirigere scrive anche, si è dimenticato che tra le cose belle di uno heist movie c’è anche la rapina che dà il nome a tutto il genere, e che in Ocean’s 8 sembra esserci solo perché per contratto non può mancare.
È difficile farsi coinvolgere fino in fondo da un thriller senza alcuna tensione, non importa quanto sia ben eseguito. Per cui forse il modo migliore per valutare a Ocean’s 8 è vederlo non come uno heist movie con toni da commedia, ma come una commedia al femminile che incidentalmente comprende anche una rapina, sorretto da qualche ottima battuta e soprattutto dal talento delle sue protagoniste. Che non è un bocciatura, ma è un peccato, perché senza l’ombra dei tre film di Soderbergh sarebbe potuto essere molto di più.
