Sceneggiatori di cinecomic in crisi di idee? Prendete ispirazione da Unbreakable!
20 anni fa M.Night Shyamalan portava in sala Unbreakable. Un cinecomic atipico ancora troppo poco studiato e troppo poco influente
Poi Unbreakable è finito un po’ nel dimenticatoio, trascinato con sé da quella "bolla speculativa" hollywoodiana che aveva esaltato troppo presto il regista indiano come “nuovo Spielberg” e dall'inesorabile deriva qualitativa iniziata con E Venne il Giorno, 8 anni dopo. Oggi questa crisi sembra, fortunatamente, arginata. Glass è un'opera molto più complessa rispetto agli standard cui siamo abituati, Split è un bell'esempio di spin off libero da costrizioni. Ma sono atti cinematografici infinitamente meno potenti rispetto a quello che fu questo film.
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Unbreakable ritorna ai fondamentali, ma con discrezione
Il film di Shyamalan è consapevole della natura spesso eccessivamente manichea del mondo dei supereroi. Le forze del bene sono in lotta contro quelle del male apparentemente in un ciclo continuo. Il regista, molto attento all'etica e all'aspetto spirituale dei suoi film, parte da questo assunto e cerca di spezzarlo. Non è un caso quindi che il film si apra con la genesi dei due protagonisti. Noi ancora non lo sappiamo, ma le prime due scene sono, in quel mondo, l'equivalente dell'arrivo di Superman sulla terra o dell'incidente con i raggi gamma di Hulk.
Il piano sequenza iniziale mostra la nascita di Elijah Price, affetto da osteogenesi imperfetta. Rara malattia che gli rende le ossa fragili con il vetro.
Poi nasce David Dunn, non come persona, ma come essere sovrumano. È l’unico sopravvissuto di un disastro ferroviario. Si crede fortunato, ma presto scoprire di essere ben altro.
Lo Shyamalan twist di Unbreakable
Questa opposizione è infatti alla base dello Shyamalan twist (spoiler da qui in poi).
Il ribaltamento finale spiega che il fragile Elijah non è l’aiutante dell’eroe, ma il villain. E il criminale sconfitto non è altro che il primo, semplice, ostacolo sulla via della scoperta di sé e dei propri poteri. Apprendiamo anche che è il cattivo, con una terribile azione, consapevole e ragionata, ad avere causato la nascita del supereroe.
Ma non è tutto: il vero twist del film è in realtà metacinematografco.
Il colpo di scena non è di avere immaginato un cattivo come buono. È quello di avere assistito, inconsapevoli, (solo) al primo atto di una origin story. La fine è l'inizio, e l'inizio (di David come oltreuomo) è la fine (la morte di David umano).
Che consapevolezza, raramente replicata nelle sceneggiature di oggi. Dopo centinaia di film "super", ancora gli autori faticano a stravolgere le aspettative in questo modo, quasi intrappolati. Invece, la griglia narrativa in Unbreakable non è mai stata così stretta e al contempo libera di essere stravolta per stupire.

Inquadrare i fumetti e ribaltare tutto: storia, convenzioni, aspettative.
In Unbreakable Elijah Price è inquadrato tramite ribaltamenti. Il piano sequenza della sua nascita è tutto mostrato attraverso uno specchio; quando riceve il suo primo fumetto (il momento che definisce la sua identità) lo apre al contrario.
Forse è proprio lì, a causa di questo errore, di questa vita speculare, che sceglie di essere il villain e non l’eroe.
Unbreakable è un film sull’esperienza stessa della lettura dei fumetti. In anni in cui ancora si stava indagando il punto di contatto tra i due media, Shyamalan ricrea il movimento dello sguardo sulla pagina senza clamore. Meno invasivo dello split screen dell’Hulk di Ang Lee, invisibile rispetto ai tagli di Scott Pilgrim vs. the World, la fotografia di Unbreakable inquadra i personaggi in frame visivi. Costringe l'occhio alla forma bidimensionale della carta stampata.

Nella scena dell’ospedale l’azione (ovvero l’uomo che sta morendo) avviene di fronte, in primo piano. Ma l’inquadratura è concepita per portare l’attenzione su David, sullo sfondo, iscritto in un frame verticale che restringe lo spazio dell’immagine.
Da quanto il cinefumetto non riflette su se stesso in chiave analitica e non di parodia? Eppure il discorso è tutt'altro che esaurito.
Un nuovo realismo, ma lontano da quello ambito da Nolan (e seguaci)
Shyamalan con Unbreakable cerca di tagliare il meno possibile, si affida al long take e a un ritmo disteso. Sarebbe un errore pensare che queste scelte di regia abbiano anticipato la ricerca di immersività che ha caratterizzato gli anni successivi dei cinecomic.
Il realismo di Unbreakable sta tutto nella posta in gioco della storia. Piccole faccende eccezionali di piccoli uomini con conseguenze non note al mondo che li circonda. È come uno sguardo indiscreto su delle vite comuni, uno sguardo immaginativo, che le amplifica e le distorce. Come incrociare un passante e immaginare la sua vita.
Il direttore della fotografia di Unbreakable, Eduardo Serra, lavora sul film in una maniera matematica. La cinepresa si muove soltanto per riflettere un cambiamento di emozioni, mai per seguire un movimento fisico. Un’inquadratura, un’emozione.
Nessuno ha più imitato questo stile. Sia nelle vette, che nei punti più bassi, il cinema si è perso questo coraggio di vedere nell’acqua un nemico invincibile. Di distruggere l’eroe e ogni senso di eroismo (perché David fa quello che fa?). Di trovare il sublime in un uomo di vetro.
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