Star Trek è sempre stata woke, ed è giusto così

Tra accuse di “woke” e revisionismi politici, Star Trek torna al centro di una battaglia culturale che ne tradisce le origini: una saga nata per immaginare un futuro inclusivo, oggi sotto attacco proprio per quel suo spirito.

Condividi

Capisci quanto il mondo stia andando alla deriva quanto la faziosità politica entra nel mondo dell’entertainment e impone la sua visione. Abbiamo esempi continui di queste manipolazioni, di interpretazioni deliranti o di recensioni pilotate più da un credo politico che dalla competenza, ma quando si arriva ad accusare Star Trek di essere woke, allora siamo davvero arrivati dove nessuno è mai giunto prima. Ma non è quel luogo felice che immaginavamo.

L’uscita di Star Trek Starfleet Academy ha scatenato oltreoceano l’elettorato trumpiano, che ha subito tacciato la nuova iterazione del franchise come un prodotto woke, che nel linguaggio MAGA significa che ogni storia in cui siano presenti elementi inclusivi deve esser automaticamente considerata come un veleno sociale. Qui scatta un corto circuito mentale che mostra pienamente la deriva culturale e la propensione alla censura di una mentalità, quella americana, che sembra essersi dimenticata il suo recente passato.

Star Trek Starfleet Academy non è stato uno dei prodotti più convincenti di questa fase contemporanea della saga. La scelta di rimanere nel futuro conosciuto con il finale di Discovery e di aver introdotto elementi da teen drama in una delle più complicate serie sci-fi non è stato semplice, ma è anche una necessità per espandere un target che non può accontentarsi solo di una demografica estremamente adulta. La ricerca di una next generation di trekkie rientra nelle logiche di un mercato - quello streaming – che necessita di alimentarsi continuamente, anche chiedendo a un cult sessantenne di accettare qualche cambiamento. 

Ironia del destino, è proprio il cambiamento a creare problemi a una serie che ha fatto della rottura degli schemi il proprio cuore. Il primo segno che Star Trek fosse finita nel mirino dei MAGA è arrivato con due serie precedenti, Discovery e Strange New World, i cui episodi sono stati giudicati online non tanto per la qualità o le aderenze alla continuity della saga, quanto per la presenza di elementi giudicati socialmente incoerenti con il new deal trumpiano. 

E in questo caso, sono le accuse ad essere segno che non si è capito cosa sia Star Trek.

Forse non è chiaro cosa sia significato nel 1966 portare nelle case di un’America adombrata da guerra fredda, rigurgiti maccartisti e lotte per i diritti sociali una serie come Star Trek. Mentre Martin Luther King sfilava per rivendicare i diritti della comunità afroamericana, Michelle Nichols era Nyota Uhura, ufficiale donna di colore sul ponte della Enterprise. 

Un’astronave che solcava lo spazio per incontrare ‘nuove civiltà e nuovi mondi’. L’intuizione di Gene Roddenberry fu quella di andare oltre la sci-fi del periodo, vittima di angosce e timori dell’altro o del pericolo atomico, per provare a delineare un’umanità futura migliore, parte di una galassia condivisa con altre specie. Il messaggio era chiaro: possiamo essere migliori.

O non avrebbe messo sullo stesso ponte un capitano americano, un primo ufficiale alieno, e ufficiali di plancia che difficilmente l’americano medio del periodo avrebbe immaginato: una donna di colore, un giapponese e un russo. Con buona pace del woke, Star Trek sin dai suoi primi viaggi si è proiettata oltre le divisioni, oltre le pochezze meschine di società retrograde e buffoni dal ciuffo arancione.

Una costante evoluzione sociale che ha portato nelle case americane – e poi in quelle di tutto il mondo – chiari messaggi di apertura e speranza. Episodi come La navicella invisibile (Balance of Terror) hanno mostrato l’assurdità di conflitti nati dalla mancanza di dialogo, Il peso del comando (Chain of Command) obbliga a riflettere su diritti umani e ragione di stato. E potremmo stilare un elenco chilometrico di episodi, arrivando a citare le puntate di Deep Space Nine in cui si rivive la condizione della popolazione di colore negli anni ’30.

La forza di Star Trek è sempre stata quella di guardare al presente e sperare in un domani migliore, lasciando agli spettatori dei timidi incoraggiamenti. E con il mutare della società, anche Star Trek ha cercato di spingersi oltre, ascoltando il cuore – e la pancia – dell’America, affrontando nuove sfide e continuando a stimolare la sensibilità del pubblico.

Ruolo non facile per una serie che è stata investita di grandi aspettative. La storia ci insegna come Martin Luther King fu tenace sostenitore del personaggio di Uhura, di come il primo shuttle fu battezzato Enterprise in onore di Star Trek e di quanto questa serie sia stata di ispirazione per una generazione di astronauti, come Mae Jemison. L’impatto di Star Trek è evidente, innegabile, un fenomeno culturale che ha contraddistinto sessant’anni di storia sociale americana, fedele al suo motto: dove nessuno è mai giunto prima.

E forse per questo, ora è un nemico da abbattere. Come può un elettorato che ha messo Trump per due volte nello Studio Ovale, accettare di vedere una serie cult che normalizza la diversità? Come si può sostenere un’umanità futura che professa parità sociale, inclusione e ricerca di equilibrio, mentre si firmano legge contro atleti transgender? Le infinite dimensioni in infinite combinazioni di vulcaniana memoria sono un incubo per questi reazionari, incapaci di accettare un mondo che è andato avanti. 

Una paura che spinge a boicottare una serie TV solo per la sua apertura mentale. E via con campagne diffamatorie lato social, recensioni negative di massa che nulla hanno a che fare con la qualità della scrittura, sino alla discesa in campo di figure politiche come il consigliere della sicurezza interna Stephen Miller che su X non ha usato mezze misure, arrivando a invocare un intervento salvifico di William Shatner, visto come un difensore delle ‘radici conservatrici’ di Star Trek. Ignorando, evidentemente, le aperture dell’interprete del capitano Kirk verso la comunità LGBTQ+, ma sono dettagli.

Un attacco sistemico, portato avanti con profili allineati alla mentalità MAGA, usati scientemente per demolire tutto quello che viene considerato contrario all’amministrazione Trump. Strategie che sfruttano algoritmi e metriche di visualizzazioni, bombing review più precise delle armi intelligenti vantate dal Pentagono, che hanno una precisa finalità: mandare un messaggio a Paramount. Se questo è Star Trek, non ha più spazio nella società americana. 

Manovre che sembrano essere quanto mai pericolose, ora che Paramount è proprietà di uno dei maggior sostenitori – politici ed economici – di Trump, David Ellison. A rischio non è quindi più la qualità delle storie di Star Trek – da vecchio trekkie, continuo a preferire The Next Generation e Deep Space Nine – ma lo spirito ispiratore di Roddenberry. Ma come ci hanno insegnato Picard, Sisko e Janeway, a volta è necessario chi ha voce la usi, che si insorga e si corrano dei rischi per fare la cosa giusta. Che non deve esser per forza salvare la galassia, può anche essere sufficiente opporsi a chi vuole soffocare un pensiero diverso, a chi vuole ancora alzare gli occhi alle stelle e arrivare davvero dove nessuno è mai giunto prima.

Lunga e vita prosperità, Star Trek.

Continua a leggere su BadTaste