The Batman mena bene ma parla male
The Batman di Matt Reeves è un film di eccessi, logorroico e pomposo ma al contempo molto azzeccato quando impara a tacere
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L’Uomo Pipistrello di Robert Pattinson, invece, ha generato opinioni forti a entrambi i lati dello spettro, e pochissima gente ha scelto di sedersi comodamente in mezzo, a metà strada tra “capolavoro” e “ciofeca totale”. Riguardandolo oggi, con la mente sgombra e sapendo che probabilmente rimarrà un evento unico e senza seguiti, non è difficile capire come mai: The Batman è esso stesso un film di estremi che a volte combaciano, altre al contrario cozzano brutalmente. Potremmo scrivere l’intero pezzo facendo il gioco dei contrasti. È, per esempio, un film cinefilo, raffinato e dai riferimenti alti, ma è anche più “di genere” di quanto fosse l’intera trilogia nolaniana, per non parlare dei film di Burton (in particolare il secondo).
In questo senso è un po’ come Joker, un altro film che ha suscitato reazioni paragonabili: cinefilo o citazionista? Ispirato a o copiato da? Prendete per esempio la Gotham City di The Batman, che passa senza soluzione di continuità da Blade Runner (nelle riprese aeree) a Il braccio violento della legge (quando si scende a livello del terreno): le ispirazioni sono evidentissime, e parlano di un film che punta in alto, agli Oscar e alle lodi critiche e non solo al consenso del pubblico affezionato. Ma il tentativo di prendere qualcosa di autoriale e applicarlo a forza a una storia di Batman parecchio tradizionale è posticcio, sembra un travestimento più che un calarsi in certe atmosfere.
Il Batman di The Batman è sempre Batman
Oppure prendete il Bruce Wayne di Robert Pattinson. Da un lato è fisicamente imponente quando è in armatura, un Batman dall’enorme impatto. Dall’altro è più monodimensionale di tutti i Michael Keaton e Christian Bale del mondo, spesso criticati proprio per il loro essere un po’ troppo piatti per avere una doppia identità. Il Batman di The Batman è sempre Batman, anche quando si toglie il costume, più di quanto lo sia mai stato il personaggio al cinema finora; è sempre triste, sempre desolato, sempre arrabbiato, non ha un grammo del fascino da miliardario misterioso che caratterizza la sua controparte in abiti civili.
C’è una scena in particolare nella quale questo approccio al personaggio diventa talmente eccessivo da risultare ridicolo: Batman è appena tornato da una notte a combattere il crimine, e Alfred Pennyworth gli fa la solita ramanzina sui suoi impegni come Bruce Wayne, e sul suo vizio di ignorare l’impresa di famiglia. Bruce, gli occhi ancora cerchiati di nero dopo una notte da Batman, l’espressione di quello che porta sulle spalle tutto il dolore del mondo, gli risponde, come se fosse un adolescente qualsiasi, “tu non sei mio padre!”. È uno dei (pochi, ma non per questo meno evidenti) momenti in cui il film avrebbe beneficiato di una gamma anche solo lievemente più ampia di toni.
Che è poi più in generale un problema di tutto il film, non solo del personaggio di Bruce Wayne. Il suo vizio di mantenere sempre una faccia serissima cozza con il fatto che qui e là i personaggi (soprattutto i vari supervillain o presunti tali) enunciano one liner fumettose che stanno di parecchi metri sopra le righe, e cadono quindi un po’ nel vuoto quando il resto del film mantiene costantemente quest’espressione:
Zitto e mena
Per fortuna però che c’è una cosa che Matt Reeves sa fare molto bene, ed è parlare per immagini e movimenti e non per parole. Anche i più accesi detrattori di The Batman dovranno ammettere che il modo in cui mette in scena il fatto di essere Batman è il migliore da parecchi anni a questa parte – non è un mistero che nei Batman di Nolan il punto più debole sia sempre Batman e in particolare le sequenze d’azione che lo vedono protagonista (con poche lodevoli eccezioni). Qui, al contrario, basta la prima scena nella quale il nostro eroe prende a pugni una gang di bulli pittati per capire che non è nemmeno lo stesso fottuto campo da gioco.
Quello che vogliamo dire è che The Batman è al suo meglio quando tace e la smette di rendersi ridicolo, tra labirinti e ratti alati, e lascia che a parlare siano le botte, e quella cosa che fa Batman di comparire dal buio quando meno te lo aspetti per rovinarti la faccia di cartoni. Le scene d’azione sono (relativamente) tante e tutte buone, coreografate con gusto, dirette con mano salda e l’occhio giusto per evitare il temutissimo effetto confusione, la scorciatoia moderna per chi non ha idea di come si metta in scena una rissa o un inseguimento. Vuole essere un film serio, alto, solenne, The Batman, ma ottiene i risultati migliori quando la smette di provare a imitare Friedkin.
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