Transformers 4 – L’era dell’estinzione è un reboot prima che un sequel
Transformers 4 – L’era dell’estinzione prende molti degli ingredienti che avevano decretato il successo della prima trilogia e li butta dalla finestra
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Si può essere o meno d’accordo con questa valutazione – noi abbiamo già detto la nostra sul Bayhem più volte parlando di Transformers – ma resta il fatto che, nel 2014, Michael Bay si trovò costretto a rinunciare almeno in parte al suo stile visivo per accontentare le richieste del pubblico. E Di Bonaventura ed Ehren Kruger, a quel punto unico scrittore rimasto, ne approfittarono per rinfrescare altri aspetti del franchise, stravolgendoli e rendendoli molto più adatti al target ideale dei film. Il risultato è che sì, Transfomers 4 è un sequel ambientato quattro anni dopo il terzo capitolo, senza retcon né grosse novità in generale (lo schema è sempre quello da episodio del cartone: Megatron è tornato, vuole distruggere il mondo, gli Autobot lo fermeranno).
Ma è soprattutto un reboot, stilistico, tematico e anche emotivo.
Cade Yeager, il cui cognome potrebbe essere un omaggio a Pacific Rim o un modo per mandare in confusione la gente, è un padre single con la bandiera del Texas in garage e una figlia (Nicola Peltz) che vuole proteggere a tutti i costi dalle grinfie del resto del mondo. È un inventore squinternato che costruisce solo cose che non funzionano e si circonda di buffi robottini, e in questo modo, con un paio di abili mosse, Transformers 4 si libera dello spettro di Shia LaBeouf e ci propone due protagonisti che coprono tutte le basi: Mark Wahlberg è un modello per i papà, un sogno erotico per le mamme e un affidabile spaccaculi per i figli, mentre Nicola Peltz copre tutta la quota adolescenziale e dintorni (con l’aiuto di quel tonno insuperabile del suo fidanzato, Jack Reynor).
Spariscono così le gag imbarazzanti sulla masturbazione e si riducono anche (pur senza sparire del tutto) i primi piani del fondoschiena della Bella Ragazza del film, e tutto Transformers 4 assume un tono generale più amichevole e meno stridente – più classicamente anni Ottanta e meno assurdamente Bay. Wahlberg in particolare è un eroe da manuale: gli viene anche dato molto più spazio in termini di azione, perché da bravo texano è un appassionato di armi e, armato con un fucile alieno, partecipa attivamente alle battaglie decisive del film. Sono scelte che eliminano o quantomeno riducono quella distanza tra “azione con i robottoni” e “scene buffe con Shia LaBeouf” che caratterizzavano i primi due film.
Chiudiamo con tre rapide considerazioni. La prima è che, reboot o meno, quasi tutti i difetti dei film precedenti in termini di costruzione dei personaggi e scrittura dei dialoghi ritornano immutati: i primi tre Transformers erano film scemi e Transformers 4 lo è altrettanto. La seconda è che a tratti pare che Bay non avesse tutta questa voglia di girare il film, che è insolitamente pieno di errori marchiani soprattutto in fase di montaggio (ci sono enormi problemi di continuità in almeno tre sequenze diverse).
La terza è che il film dura due ore e mezza, e una volta che è finito si capisce il perché: parte dei soldi della produzione arrivano dalla Cina, e quando a Kruger hanno detto “dovresti integrare questa cosa nel tuo film” la sua soluzione è stata scrivere una normale sceneggiatura, e poi appiccicarci tre quarti d’ora ambientati a Hong Kong utili a far vedere un po’ di star cinesi e a fare un po’ di pubblicità al Partito Comunista Cinese. Terrificante il momento in cui la polizia di Hong Kong si rende conto che da sola non può fermare i Decepticon e capisce quindi che non può fare altro che rivolgersi al governo centrale, che “non permetterà mai che a Hong Kong succeda qualcosa di male”. Ouch.