True Detective: in solenne difesa della seconda stagione
Una difesa appassionata e controcorrente della seconda stagione di True Detective: meno seducente ma più onesta, tra potere, trauma e realtà, riletta oggi come un’opera fraintesa e sorprendentemente attuale.
È il 21 giugno del 2015.
Per la tredicesima settimana di fila il singolo più ascoltato in Italia è El Perdón di Nicky Jam e Enrique Iglesias. Siamo a circa metà del Governo Renzi, tra sei giorni esce nelle sale Minions, Samantha Cristoforetti è tornata sulla Terra da appena undici giorni, eppure per il me diciottenne di allora esiste un solo pensiero: il primo episodio della nuova stagione di True Detective, che alle 03:00 del 22 giugno arriva su Sky.È l'8 agosto del 2015.
El Perdón ha lasciato il primo posto da otto settimane, scalzato da Roma Bangkok di Baby K e Giusy Ferreri. Renzi è ancora lì dove l'avevamo lasciato. Minions domina il botteghino. Le notizie dal Medio Oriente sono dominate dall'autoproclamato Stato Islamico. Eppure, di nuovo, esiste un solo pensiero: l'ultimo episodio della seconda stagione di True Detective, che alle 03:00 del 9 agosto arriva su Sky.Dopo 83 lunghissimi minuti, mentre scorrono i titoli di coda, il mio cervello non ancora completamente sviluppato - è nozione comune che gli uomini completino il loro sviluppo cerebrale attorno ai 45 anni - riesce ad elaborare soltanto due pensieri. Il primo, il più superficiale: se morire vuol dire avere Kelly Reilly che ti parla nell'orecchio, è un destino che sono pronto ad accettare. Il secondo, leggermente più profondo: questa stagione è migliore della prima.
I giorni a seguire furono il Vietnam. Amici con cui avevo costruito le mie fondamenta culturali e con cui avevo condiviso lo stesso pane, le stesse serie tv e gli stessi film, mi si rivoltarono contro. Se tutti concordarono con me sulla bellezza del martirio in cambio delle dolci parole di Kelly Reilly, quando azzardai a dire che la seconda stagione era meglio della prima, elmetto, moschetto e giù in trincea. Alcide De Gasperi che il 10 agosto 1946 va alla conferenza di Parigi e apre dicendo "Sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me", Gian Carlo Pajetta che esprime davanti al PCUS il dissenso del PCI alla politica di Breznev in Afghanistan e in Polonia, e poi io che devo difendere l'onore della serie tv più sottovalutata e mal interpretata di allora, e forse anche di oggi.
Ed eccoci qui, undici anni dopo. A seguito di un rewatch con la mia compagna - nessun partner è stato maltrattato - che la vedeva per la prima volta, il sacro fuoco della difesa del giusto si è riacceso e sono pronto, ancora una volta, a prendere le difese di quella che per me è la migliore stagione di True Detective, e soprattutto è migliore della prima.
Anzitutto, però, è necessario fare uno sforzo che so già che molti non vorranno fare: dimenticare l'ordine in cui le due stagioni sono uscite. Non è un capriccio - è l'unico modo per essere onesti. True Detective è una serie antologica, ogni stagione è un universo a sé, con tono, cast, ambientazione e intenzioni proprie. Giudicare la seconda attraverso la lente della prima significa portarsi dietro un'aspettativa che la serie stessa ha scelto di non soddisfare. Se la seconda stagione si fosse chiamata con un altro nome, l'avreste messa lì in alto assieme alle grandi di quegli anni. Se non siete disposti a fare questo sforzo, lo capisco, ma sappiate che non state mentendo a me, ma a voi stessi e al vostro cuore.
L'altro presupposto, e poi prometto che entriamo nel merito, è questo: fuori i fanboy dalla conversazione. Le prestazioni attoriali contano - è giusto, è ovvio, non lo metto in discussione, tanto che poi una delle pecche che porterò della serie è proprio un miscast di uno dei protagonisti. Ma se la vostra critica alla seconda stagione si riduce a "Rustin Cohle è troppo figo perché è cinico e misantropo e questi quattro non gli arrivano alle caviglie", allora non state parlando di televisione. State parlando di voi stessi. Sì, parlo proprio a voi, incel: vi odiavo allora, senza avere ancora un termine abbastanza preciso con cui chiamarvi. Vi odio ancora di più adesso che ce l'ho.
Rust Cohle è un personaggio costruito per essere immediatamente amabile da un certo tipo di spettatore - il nichilismo come estetica, la misantropia come segno di intelligenza superiore. È un meccanismo narrativo potente, e Pizzolatto lo sa usare benissimo. Ma confondere l'attrazione per un personaggio con la qualità complessiva di una stagione è un errore. La seconda stagione non ha un Cohle. Ha qualcosa di più difficile da amare.
Il Potere, con la P maiuscola
La prima stagione di True Detective è, tra le altre cose, un esercizio di seduzione filosofica. Il Male ha una forma, un'origine, una liturgia. C'è un Re Giallo, c'è Carcosa, c'è un'architettura esoterica che trasforma la violenza in qualcosa di quasi cosmico - sette occulte, simboli tracciati nel fango della Louisiana, bambini sacrificati a divinità senza nome. È affascinante, è visivamente ipnotico, ed è anche, in un senso molto preciso, una via di fuga. Quando il Male ha una forma soprannaturale, quando appartiene a un mondo di riti e foreste buie, lo spettatore può stare al sicuro. Quello è laggiù. Noi siamo qui. Certo, post caso Epstein forse dovremmo rivalutare un po' la situazione, ma all'epoca Epstein era ancora di là da venire.
La seconda stagione ti toglie quella sicurezza.
La violenza sessuale al centro della trama non ha un'origine mistica, non è il frutto di un culto antico e ramificato. È potere. Potere nudo, esercitato da uomini che possono farlo perché nessuno gliel'ha mai impedito, perché il sistema intorno a loro - politico, economico, criminale - li ha protetti e continua a proteggerli. Non c'è nulla di esoterico in questo. Non ci sono simboli da decifrare, c'è solo la corruzione ordinaria del mondo capitalista: appalti truccati, politici comprati, feste private dove il potere si autoriproduce e si autoassolve. La stessa corruzione che non finisce su nessun giornale, che non genera nessuna mitologia, che semplicemente continua - ieri, oggi, domani.
Questo è molto più difficile da guardare di Carcosa. Carcosa è lontana, è gotica, è altro. La prima stagione ti permette di stare al sicuro dietro il vetro dell'horror esoterico. La seconda ti toglie il vetro e ti dice: guardati intorno, bellezza.
Il Far West non è mai finito
Uno dei grandi malintesi sulla seconda stagione è che sia cupa senza motivo, grigia per scelta estetica, priva di quella grandiosità visiva che aveva reso la prima memorabile. Falso. La seconda stagione ha una grandiosità tutta sua - solo che bisogna conoscere il codice per leggerla.
Quella stagione è un western.
Tutto inizia con la terra. Il vero motore della trama - molto più di qualsiasi omicidio - è la speculazione sui terreni lungo il tracciato della ferrovia ad alta velocità. Terreni che valgono miliardi se sei dalla parte giusta dell'accordo, che non valgono nulla se sei dalla parte sbagliata. Questa storia la conosciamo: è la storia della ferrovia transcontinentale americana, delle guerre per le concessioni che avevano insanguinato il West nell'Ottocento, degli speculatori che seguivano i binari come avvoltoi seguono un esercito. Pizzolatto la riprende e la aggiorna senza cambiarne un fotogramma. Stessi meccanismi, stessa violenza, stesso silenzio complice delle istituzioni. Solo che adesso i cowboy indossano completi costosi e bevono whisky Blue Label invece di quello con le tre X.
E poi c'è l'episodio quattro.
La sparatoria di Vinci si svolge in pieno giorno, nella cruda luce piatta della California industriale - capannoni, strade senza alberi, cemento. Niente ombre romantiche, niente oscurità che nasconde o abbellisce. È una scena che dura quasi dieci minuti e che non concede nulla: niente slow motion, niente colonna sonora che gonfia l'adrenalina, niente eroi che escono indenni con la camicia strappata nel posto giusto. C'è solo il caos, la confusione, i corpi che cadono. Pizzolatto prende il duello all'OK Corral e lo deposita in una periferia industriale degli anni Dieci del Duemila, sotto un sole che non perdona niente e non abbellisce niente.
Il selvaggio West non è finito, soprattutto negli USA.
Woman Power
Questo è il punto che mi sta più a cuore, e anche quello che più sistematicamente viene ignorato nelle discussioni sulla stagione. Ma va affrontato con onestà, perché la lettura femminista della seconda stagione è fondamentale.
Partiamo da Ani Bezzerides. Rachel McAdams la interpreta in quello che rimane uno dei lavori più sottovalutati della sua carriera, e il personaggio è costruito in modo che richiede tempo per essere capito. Per quasi tutta la stagione, Ani non è affatto un modello di lucidità: è aggressiva, chiusa, incapace di fidarsi, replica nei suoi comportamenti molte delle stesse dinamiche machiste che la circondano. Non è un difetto della scrittura - è il punto. Ani è una sopravvissuta a un trauma che non ha ancora elaborato, e quel trauma la tiene intrappolata in una corazza che assomiglia pericolosamente ai suoi aggressori. Solo quando riesce finalmente ad affrontare quello che le è stato fatto - solo quando lo nomina, lo racconta, lo tira fuori dal silenzio in cui l'aveva sepolto - diventa pienamente se stessa. Solo allora vede davvero. La sua lucidità non è un punto di partenza.
È una conquista durissima.
Ray Velcoro soffre il dubbio sulla paternità biologica di suo figlio come una castrazione della sua virilità. Il suo maschilismo tossico lo porta a pensare che ammazzare il presunto stupratore di sua moglie sia la soluzione ai problemi della sua relazione, e non ha nessuno strumento per essere un buon padre. Violento, arrabbiato, disperato e triste - emozioni che riesce a esprimere e soffocare solo grazie a droghe e alcool - si trasforma solo alla fine, quando ormai è troppo tardi.
Paul Woodrugh porta un segreto che non riesce ad affrontare - la sua identità sessuale, che nasconde con una ferocia che gli costa tutto: la serenità, le relazioni, infine la vita. È il suo stesso amante a ricordarglielo, in uno dei momenti più taglienti della stagione: Paul non muore per mano dei suoi nemici. Muore perché non è riuscito a uscire allo scoperto con se stesso. Il machismo che lo ha formato lo ha anche distrutto, dall'interno, lentamente e poi tutto insieme.
Jordan Semyon vede suo marito con una chiarezza che lui non ha su se stesso, e gli offre più e più volte una via d'uscita che lui è troppo orgoglioso per prendere fino a quando non è troppo tardi. Frank costruisce e distrugge in egual misura, schiavo di un'idea di potere che non riesce a smettere di inseguire anche quando capisce che lo sta uccidendo.
Ora fate questo esercizio mentale: immaginate che questa stagione esca nel 2018, tre anni dopo, in pieno movimento Me Too. La storia di una donna che sopravvive alla violenza sistematica del potere maschile, che deve prima fare i conti con il proprio trauma per poterlo combattere, che trova la forza di testimoniare quando sarebbe stato più facile sparire - sarebbe stata osannata. Articoli, premi, retrospettive. Invece uscì nel 2015, quando il pubblico non aveva ancora il vocabolario per leggerla, e venne liquidata come una delusione.
Una nota sull'imperfezione
Detto tutto questo, la seconda stagione non è una serie perfetta.
Il personaggio di Paul Woodrugh è il più debole dei quattro, e non interamente per colpa della scrittura. Taylor Kitsch è un attore che funziona in certi contesti e in certi ruoli, ma Woodrugh richiedeva qualcosa di diverso: la capacità di trasmettere una contraddizione interna bruciante, una guerra silenziosa che doveva essere leggibile anche quando il personaggio fa di tutto per nasconderla. Quella guerra c'è sulla pagina - è scritta bene, ha una sua logica tragica - ma non sempre arriva sullo schermo con la forza che meriterebbe.
C'è però una seconda fragilità, più strutturale, che vale la pena nominare. Usando le parole di Huxley, i quattro protagonisti della seconda stagione sono universi-isola: esistono vicini, si sfiorano, ma non si penetrano davvero. È una scelta che si può anche giustificare - con una punta di malizia si potrebbe dire che il mondo reale funziona esattamente così, che la solitudine è il vero tema della stagione. Ma il confronto con Rust e Marty resta impietoso. Basta pensare alla scena di Ledoux: Hart giustizia il sospetto, e Cohle capisce al volo cosa è necessario fare e lo fa, senza domande, senza discussioni. Quella chimica silenziosa, quella capacità di tirar fuori il peggio l'uno dell'altro come esseri umani e il meglio come detective, nella seconda stagione manca in modo sensibile. Forse Pizzolatto ha morso più di quanto potesse masticare.
Una stagione dura come è dura la realtà
Undici anni dopo, quello che mi sembra più chiaro è questo: la seconda stagione di True Detective non ha fallito.
Usando le parole della miglior serie tv italiana di tutti i tempi: "Dice che Gli occhi del cuore è andata male. No, non è andato male; è stato collocato male nel palinsesto. Non era giusta la fascia oraria, non era giusto il periodo."
La mia verità è che è stata troppo avanti e troppo presto. Fosse uscita più tardi, e magari con una maggiore cura nella scrittura soprattutto dei primi quattro episodi, la conversazione se è meglio la prima o la seconda non ci sarebbe mai stata. Invece eccomi qui ancora oggi a dover difendere una gemma incompresa, forse troppo impolverata e sporca perché tutti potessero vedere cos'era davvero, sia allora che oggi.
Il pubblico del 2015 si aspettava un bis. Voleva ancora l'esoterismo dark, il misticismo massonico, il detective tormentato con la filosofia in tasca. La seconda stagione gli ha dato invece un pugno alla bocca dello stomaco - sprazzi di western, corruzione senza veli, personaggi che non sono costruiti per essere amati ma per essere veri. Una stagione dura come è dura la realtà, e che della realtà ha l'ingratitudine fondamentale: non si lascia digerire facilmente. Nessuna catarsi facile, nessuna filosofia da poter abbracciare, nessun santo e nessun demone, solo persone malvagie e buone come solo le persone vere possono essere.
La prima stagione è superiore per impatto immediato, per la forza ipnotica di Cohle, per quella qualità quasi allucinatoria che la rende indimenticabile al primo sguardo. Ma la seconda è migliore nel senso più esigente del termine: è più onesta, più coraggiosa.
Una stagione che ho amato dal giorno zero e continuo ad amare, un amore complesso e reale, che forse non necessita nessuna discussione, ma che sono sempre pronto a difendere. Undici anni fa, oggi e tra altri undici anni.