Ground Floor, intervista al regista Gábor Reisz: “La rivoluzione parte dal piano terra”
Presentato nella sezione Spotlight dell’83ª Mostra del Cinema di Venezia, Ground Floor segna il ritorno di Gábor Reisz a tre anni di distanza dalla vittoria di Orizzonti con Una Spiegazione per tutto. Lo abbiamo incontrato per fargli qualche domanda
Tre anni fa Gábor Reisz vinceva il premio per il Miglior Film di Orizzonti con il meraviglioso Una spiegazione per tutto. Ora, in occasione dell’83ª Mostra del Cinema di Venezia, arriva nella sezione Spotlight con Ground Floor. Che è un film bello, anzi bellissimo. Lo intervistiamo a Casa I Wonder, che lo distribuirà nelle nostre sale, e prima di cominciare con le domande ci fumiamo una sigaretta insieme. Ci chiede quale sia stato, per noi, il film più bello visto in questa edizione. Rispondiamo Wild Horse Nine di Martin McDonagh - e aggiungiamo che Ground Floor avrebbe meritato un posto in concorso. Una persona semplice e genuina, Gábor Reisz.
Mi ha colpito molto, in questo film, il tema dell'indifferenza, dell'apatia, ed è qualcosa che mi tocca anche come cittadino italiano. È un approccio orientato tutto al mantenimento dello status quo, a non fare niente per cambiare le cose. Da dove nasce, secondo lei, la causa profonda di questa apatia?
Non so se sia una cosa consapevole, ma credo abbia a che fare con il sistema di comunicazione di chi sta al governo: le persone non hanno la possibilità, la chance, di essere critiche, perché chi comanda semplicemente non vuole ascoltare. E così la gente smette di sviluppare un pensiero critico, anche perché nel frattempo si sviluppa un altro livello di vita parallelo, quello dei politici da una parte, quello reale, dall'altra. Io non vivo al piano terra, ma ci ho vissuto a lungo, e la penso come chi ci sta.
Aggiungo anche un episodio che mi viene in mente, mi pare fosse verso la fine del 2018: in Ungheria ci sono state migliaia di manifestazioni negli ultimi dieci anni, ma nessuna ha mai avuto risposta, perché i politici semplicemente non reagiscono alle proteste. E quelle manifestazioni finivano spesso come una specie di festa, un concerto, della musica techno, al punto che la gente ha iniziato a percepirle come puro intrattenimento: un paio d'ore in cui puoi dire qualcosa, criticare, sfogarti, ma senza aspettarti nessuna risposta.
Questa apatia sembra però associata soprattutto alle generazioni più grandi. Quanta consapevolezza c'è stata, nella costruzione del film, di lavorare anche su questo rapporto generazionale?
Non lo so, forse è vero. Ho sempre avuto la sensazione che le generazioni più grandi avessero perso la speranza di cambiare qualcosa. Ma negli ultimi due anni, e non so bene perché, le persone più grandi hanno iniziato a reagire. C'è un episodio buffo: nei festival musicali, quest'estate in particolare, a un certo punto del concerto i ragazzi più giovani iniziano a gridare "Fuck you Fidesz" (Orban, ndr). È diventato quasi un tormentone, succedeva in ogni festival. Una specie di risveglio, insomma, ma parte proprio dalle generazioni più giovani, quelle che vanno ai concerti.
C'è poi il tema della paternità: il protagonista, il giorno in cui scopre di diventare padre, decide di fare questa sorta di rivoluzione personale, anche per una questione, diciamo, ereditaria, per lasciare ai propri figli un futuro migliore.
Il primo punto di svolta, in origine, era la scoperta della muffa in casa, quello che dà il via a tutto il processo. Ma ci siamo resi conto che non bastava, che serviva qualcosa di più forte, capace di funzionare a un livello completamente diverso per il personaggio. Ed è lì che è entrato in gioco il discorso della paternità: credo che nella vita di ognuno di noi ci siano momenti in cui è impossibile sfuggire a una decisione seria, e diventare padre è uno di questi.
Tornando al discorso dei piani: il protagonista parte dal piano terra per poi salire, come se la rivoluzione dovesse partire proprio dal basso. E quanto è importante che il cinema torni a raccontare questo tipo di rivoluzione, penso anche a un film come Una battaglia dopo l'altra, uscito l'anno scorso?
Mi scuso per la risposta corta, ma penso sia la cosa più importante.
Domanda di rito: quali riferimenti cinematografici hanno accompagnato lo sviluppo di Ground Floor?
Faccio raramente una vera e propria ricerca. Non riesco a lavorare come Tarantino, che guarda migliaia di film, li smonta e li ricostruisce da capo, il mio punto di partenza è sempre un altro. Mi ricordo però di aver visto, con mia moglie, Il posto di Olmi. Non so perché, non credo ci sia nemmeno una vera connessione con Ground Floor, ma è un film che amo, per come è raccontato, per come è realizzato. E non l'ho più rivisto da allora.