5 è il numero perfetto, la recensione | Venezia 76
Come esordio 5 è il numero perfetto dimostra una sudditanza verso i fumetti, la sorpresa è che quelle sono le sue parti migliori
I problemi vengono dopo. Dopo una sparatoria tutta bagliori nel buio come in Brother di Takeshi Kitano (brutto presagio, anche quello era un film pieno di problemi) e dopo che la trama ha preso davvero il via. Igort ogni volta che prova ad allontanarsi dall’ispirazione fumettistica e cerca di ricalcare il cinema trova momenti fuori luogo. Ad esempio in questa storia di un killer ormai vecchio, appartenente ad un’altra epoca della malavita, pieno di ricordi amari e di morte che è ancora il migliore e che deve tornare suo malgrado ad uccidere ci sono doppie pistole e ralenti come in John Woo senza le sue coreografie precise, accade così che il ritmo rallentato enfatizzi le mancanze di colluttazioni, cadute, salti e movimenti. Su tutto troppo spesso trionfa un citazionismo da oratorio che avvicina 5 è il numero perfetto più ai film sconclusionati e sgangherati dei Manetti che ai modelli dichiarati.
Vengono così fusi molto male da una parte un mondo duro e moderno, dall’altra l’assenza di crudezza (come nei noir anni ‘40); da una parte John Woo, dall’altra Dick Tracy.
A unire questi opposti e renderli credibili potrebbero essere gli attori ma chi tiene il film in vita artificialmente è solo Toni Servillo, e lo fa occasionalmente. Si vede che stavolta gradisce il personaggio, ci si impegna e cerca di muovere tutto nella scena solo con il suo di movimento. Quando ci riesce è intrigante se non proprio magistrale, perché crea dinamismo lungo tutta una scena anche se quando si tratta di un monologo. Tuttavia non è una soluzione che può reggere e alla lunga il fatto che Igort in questa storia (dal ritmo molto fiacco) non veda nulla al di là dei fatti raccontati comincia a essere pesante e svuota progressivamente il film di tutto quello che di buono l’attacco aveva annunciato.