Cattiverie a domicilio, la recensione
Un fatto vero è raccontato in Cattiverie a domicilio sfruttandone le potenzialità di commedia ma pretendendo di trasformarlo in femminismo
La recensione di Cattiverie a domicilio, il film in uscita in sala il 18 aprile
Sharrock è già responsabile per lo zuccherosissimo e banalissimo The Beautiful Game (su Netflix) per questa commedia invece mette su il tono e il look più presentabili, quello da cinema da grandi occasioni e grandi conflitti. Nella storia delle lettere meschine infatti ne vengono inserite una serie di altre: quella della famiglia alternativa e “diversa” che viene subito incolpata, quella della poliziotta poco considerata perché donna che vuole indagare, e quella di Olivia Colman, la più colpita e la più “per bene” tra le vittime delle lettere, che vive in un nucleo molto maschilista una vita repressa. Sono tre donne in modi diversi messe da parte da una società che non vuole starle ad ascoltare.
Tradurre tutto questo in una commediola è un attimo ed è molto aiutato dal contenuto scurrile delle lettere (piccolo piacere escapista e scatologico giustificato dalla veridicità del tutto), ma non aiuta gli intenti del film che continuamente ribadisce il suo femminismo, che ci tiene a far rimarcare a ogni personaggio le proprie posizioni e che addirittura alla fine spaccia una condanna per una conquista femminista. Non ci sono dubbi che Cattiverie a domicilio abbia tutto quello che serve per interessare, appassionare e per molti versi anche, forse, divertire. Ma questo non ha niente a che vedere con la pretesa di stare al passo del suo discorso femminista, così all’acqua di rose, generico, blando e soprattutto ostentato da avere l’effetto contrario: suonare pretestuoso invece che sentito e autentico.