Cuphead è un capolavoro, ma solo d'estetica - Recensione
Oltre all’art design c’è qualcosa, ma non troppo: la recensione di Cuphead
Lorenzo Kobe Fazio gioca dai tempi del Master System. Scrive per importanti testate del settore da oltre una decina d'anni ed è co-autore del saggio "Teatro e Videogiochi. Dall'avatara agli avatar".
Premessa necessaria e dovuta: nessuno vuole e può mettere minimamente in dubbio i valori produttivi del gioco. Graficamente, Cuphead è un vero gioiellino, meritevole del clamore mediatico che ha saputo sollevare sin dal primissimo, striminzito video, che lo ha presentato al mondo intero.
Raccogliendo alcune monete sparse per i livelli potrete acquistare vite extra, nuove modalità di fuoco e poteri speciali.[/caption]Interamente disegnato a mano, il comparto tecnico è una pura gioia per gli occhi, un vero e proprio cartoon interattivo in stile anni ’30, iconograficamente vulcanico per la lunga serie di rimandi e citazioni che trasudano da ogni ambientazione e personaggio che si palesa sullo schermo. I livelli traboccano di dettagli, di piccoli particolari che arricchiscono la scena, la animano, la rendono viva e vibrante. Le animazioni che muovono il duo di protagonisti, e la moltitudine di nemici che gli metteranno i bastoni tra le ruote, sono fluidissime, strepitosamente realizzate, in alcuni casi ipnotiche per il tripudio di effetti speciali che trainano e attivano."Non ci sono veri e propri demeriti. Manca il guizzo, il quid, la trovata geniale, sia nelle meccaniche che regolano il gameplay, classico e arcaico fino alle estreme conseguenze, sia negli scontri con i boss"
Il tutto poi è supportato da un comparto audio all’altezza, bipartito in effetti ben campionati e in una colonna sonora che, affondando le sue radici nel jazz, riesce a non essere mai ripetitiva, orecchiabile, piacevole.
Purtroppo, sul piano prettamente ludico, le cose vanno un filino peggio, non al punto da castrare in toto le attese dei fan, ma indiscutibilmente Cuphead non è quel capolavoro annunciato che in molti si aspettavano, né rappresenta l’erede diretto di Metal Slug, Gunstar Heroes e compagnia bella. Non ci sono veri e propri demeriti. Manca il guizzo, il quid, la trovata geniale, sia nelle meccaniche che regolano il gameplay, classico e arcaico fino alle estreme conseguenze, sia negli scontri con i boss, che a conti fatti rappresentano il fulcro principale, se non l’unico, attorno cui si sviluppa l’intera avventura.
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Alcuni livelli vi vedranno a bordo di piccoli aeroplani. In queste fasi i termini di paragone diventano R-Type e Darius, ma anche in questo caso il paragone non regge come si vorrebbe.[/caption]
Cuphead e Mugman, anche in coppia grazie al co-op locale, possono saltare, sparare in qualsiasi direzione, effettuare uno scatto e, all’occorrenza, parare, deflettere o rimbalzare attraverso i proiettili nemici e le strutture colorate di rosa dell’ambientazione. Questa mossa, sulle prime quasi superficiale, è in realtà l’unica vera feature che caratterizza l’esperienza, croce e delizia di questo shooter bidimensionale, che non eccede mai con ritmi forsennati, ma che non si fa scrupoli a ridicolizzare le abilità con il pad dell’utente di turno.
I boss abbondano di pattern d’attacco, mentre game over dopo game over, lentamente ma sensibilmente, ci si scopre sempre più abili e a proprio agio tra proiettili da schivare e sciami di scagnozzi da eliminare senza pietà. Cuphead, pregio non da poco, non è mai frustrante, sebbene sia un gioco difficile, quasi impossibile se ci si mette in testa di superare ogni schema con la valutazione massima.
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Nonostante i tanti rimandi e citazioni, a volte l’iconografia di Cuphead sembra confusa e priva di un senso logico di fondo.[/caption]
C’è invece un difetto su cui si fatica a soprassedere completamente. La mossa che consente di interagire con gli elementi colorati di rosa, quando attivata, rallenta per una frazione di secondo l’azione. Nessun problema in singolo, diverso il discorso in co-op, dove questa interruzione del flusso temporale può mandare completamente fuori ritmo l’alleato, con conseguenti game over. Questo è solo uno dei tanti piccoli indizi, tutti legati al level design, che suggeriscono un'unica conclusione: Cuphead non è un gioco partorito e progettato avendo fisso in mente il co-op, la modalità cooperativa è una feature che è stata aggiunta in corsa, senza una corretta e completa rilettura di ogni parte costituente della produzione. Non elimina il divertimento, perché in due l’avventura guadagna enormemente in termini di coinvolgimento, ma è l’ennesima sbavatura che ridimensiona le ambizioni della creatura di Studio MDHR.