Creed II, la recensione
Appesantito dalla trama principale, Creed II non va abbstanza appresso ai veri protagonisti, Viktor e Ivan Drago, e alla loro straordinaria parabola
Li vediamo all’inizio di giorno lavorare in un cantiere al gelo in uno stabile derelitto della periferia operaia di Kiev, poi allenamenti massacranti per poter massacrare altra gente sul ring la sera. È evidente che a Ivan non è mai stata perdonata la sconfitta nella notte di Natale del 1985 davanti al partito e ad un pubblico addirittura convertito al pugile americano. Padre solitario e duro, oggi sveglia il figlio con un cazzotto dolce in pieno petto (il quale è così grosso che probabilmente non sentirebbe nessun altro gesto), e la cosa dice tutto quel che c'è da dire. In una mossa, un mondo. A scrivere, stavolta, c’è Sylvester Stallone.
A differenza di Creed, infatti, per il sequel c’è il Rocky originale alla sceneggiatura (e come sempre alla produzione). Stavolta la storia del figlio di Apollo che incontra il figlio dell’uomo che l’ha ucciso è una parabola di sconfitte e rinascite, nel segno sia di Rocky IV (gli allenamenti in luoghi climaticamente avversi, la doppia trasferta in America e in Russia…) che di Rocky III (la sconfitta come momento cardinale per capire chi si è e ricominciare).
Eppure è evidente che la parabola dei Drago sia quella cruciale, sebbene il film vi dedichi sì e no 10 minuti in totale, sparpagliati per tutta la sua durata. Sono loro due i “Rocky” di questo film, cioè gli sconfitti con una grande occasione, i derelitti che hanno una chance per cambiare la loro vita (e il loro rapporto) con lo sport, i personaggi con qualcosa di potentissimo dentro che li spinge oltre i limiti usuali.
Con le consuete assurdità della saga (stavolta è una specie esilio desertico per pugili che devono riprendersi) Creed II regala ottime sequenze di boxe e lo fa fin da subito, fin dal primo incontro di Adonis. Rapide, montate senza esagerare con i tagli, molto chiare e tecniche. Peccato che non veicolino nessuna narrazione, che non ci sia un racconto interno agli incontri ma che questo rimanga sempre fuori da essi, al margine. E anche la sottotrama di Rocky che assiste Adonis, che si chiede se sia giusto accompagnarlo in un’impresa che pare suicida rivivendo il dramma di Apollo, non ha l’intensità che il suo ingresso in scena (fantastico!) prometterebbe.
“Sono un pezzo del passato che cerca di essere il presente” dice Rocky di sé, ed è tutto. Non è solo la descrizione del punto di arrivo di un personaggio e di una saga intera ma è anche la perfetta descrizione della carriera di Stallone il quale, senza nascondere il suo appartenere ad un’altra era del cinema d’azione, non si arrende e cerca di rimanere rilevante nello scenario contemporaneo. Perché dietro la maschera di Rocky in realtà c'è sempre Stallone.