Day of Infamy, ritorno alle armi - Recensione
L'FPS multiplayer torna ad avere come sfondo la Seconda Guerra Mondiale: la recensione di Day of Infamy
La proposta dei ragazzi di New World Interactive è quindi indirizzata a coloro che degli orpelli e degli eccessi del multiplayer se ne fanno neinte, preferendo approcci ben più semplici nella struttura, ma non nelle dinamiche. Giocare Day of Infamy significa per prima cosa fare un bel bagno di umiltà: essere abili nelle sparatorie dell'FPS moderno non significa infatti esserlo anche qui, tutt'altro, perché è opposta l'idea di fondo. Non si punta sull'aggressività, sulla velocità dei movimenti, ma sulla tattica, sulla pazienza, in poche parole sull'usare prima il cervello e poi il grilletto, in maniera non troppo dissimile dai grandi classici dello sparatutto tattico in prima persona. Pare di sentiri echi di Operation Flashpoint e del primo Ghost Recon quando nel tempo necessario a inquadrare un nemico nel proprio mirino (proprio quello dell'arma, non quello su schermo), si crolla a terra morti, chiedendocisi da dove sia venuto il letale proiettile.
[caption id="attachment_171510" align="aligncenter" width="600"]
Le ambientazioni sono città realmente interessate dal conflitto bellico, come Bastogne[/caption]Una simile impostazione, focalizzata sulla tattica, piega alle proprie ragioni anche tutta la comunicazione che solitamente c'è dietro una partita multigiocatore, quindi non si sentirà mai qualcuno insultare mamme e santi, piuttosto chiedere alla squadra di raggrupparsi o di trovare un riparo, perché si sta per scatenare un attacco aereo. Tra le varie classi, per la maggior parte ordinarie, tra fucilieri, mitraglieri, assaltatori e quant'altro trovano posto infatti anche due figure particolari, il comandante, colui che può dare ordini speciali, e l'uomo con la radio, colui che può trasmetterli: la cooperazione tra di loro e la concertazione delle azioni con il resto del team permette soluzioni tattiche molteplici, dona spessore alle battaglie.
"Giocare Day of Infamy significa per prima cosa fare un bel bagno di umiltà: essere abili nelle sparatorie dell'FPS moderno non significa infatti esserlo anche qui"Vien da sé che il modello di Day of Infamy possa risultare una barriera difficilmente superabile dai più: cambiare approccio, verso uno più ragionato, è un qualcosa che qualunque giocatore, con un po' di pazienza, può fare, trovandosi però a sperare che anche i suoi compagni facciano altrettanto, visto che i migliori risultati li si ottiene di concerto. Lo step successivo, la comprensione e l'utilizzo dell'elemento comandante/radio è giù più difficoltoso, non usarlo al meglio significa sconfitta certa, qualora posti di fronte a nemici che invece lo padroneggiano. E' vero che si tratta comunque di una produzione indirizzata verso una certa nicchia di giocatori, scafata e capace, ma la componente comunicativa può essere un problema anche per loro.[caption id="attachment_171511" align="aligncenter" width="600"]
Erigere una cortina di fumo è un ottimo metodo per coprire i propri movimenti[/caption]
Alle qualità del sistema di gioco non corrispondono quelle in ambito tecnico. Dal punto di vista grafico la produzione mostra il fianco a molteplici critiche, esibendo modelli e texture antiquate, facendosi però apprezzare per quanto riguarda il realismo complessivo. Sufficiente è la varietà di modalità, alcune si assomigliano davvero troppo tra di loro, ma tra scontri aperti, conquiste, eliminazioni di obiettivi sensibili e altro ancora le partite non risultano mai ripetitive. E' questo quanto nel complesso va ad affinare il giudizio su un titolo che spicca nelle sue basi, ma al quale manca dell'adeguato contorno per convincere appieno. Si tratta comunque di un'esperienza particolare e curata, che sicuramente potrà appassionare coloro che ricordano con nostalgia i tempi del multiplayer senza fronzoli, asciutto e tosto.