Il concorso, la recensione
Pronto a cavalcare opinioni oggi largamente accettate, Il concorso trasforma discorsi dirompenti e radicali in assunti buoni per un pubblico addormentato
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Il problema di Il concorso è quello di essere il genere di film che normalizza la protesta e banalizza opinioni eversive e azioni estreme. Rivolto ad un pubblico che non ama essere messo a disagio, questo film racconta prima l’ingresso di una donna erudita nel mondo dell’attivismo e poi di persone che vogliono fare qualcosa di duro e che metterà a disagio tantissimi. Tuttavia in ogni momento Il concorso cerca di rendere tutto ciò non solo sentimentalmente necessario ma soprattutto non così duro. Philippa Lowthorpe sembra avere un’opinione bassissima dei suoi spettatori a cui ripete tutto più e più volte, ai quali si sente in dovere di dire cosa è appena successo e si è appena visto, come se fossero tutti distratti o intenti a fare altro durante la visione, e poi regala un sorriso e una carezza ogni qualvolta si rischia di graffiare.
Come se fosse stato scritto a partire dai ricordi dorati delle vere protagoniste, mostrate implacabilmente in un finale che ribadisce la missione didattica del film, Il concorso ha la patina del ricordo di gioventù, quella che esaspera le posizioni. Solo così si può dare ad ogni donna, anche le più conservatrici e avverse alle attiviste, qualcosa di positivo e ad ogni uomo, anche il più marginale, qualcosa di negativo.
Sally Alexander da un certo punto dice in televisione che il loro movimento non ha niente contro le donne che partecipano al concorso di bellezza ma tutto contro il concorso in sé e la mentalità che c’è dietro. Il film invece sembra avere tutto contro le singole persone e non contro le istituzioni che rappresentano o portano avanti.
Così anche il secondo discorso di Il concorso, quello sul razzismo e quanto un concorso come quello del 1970, in cui per la prima volta vinse una donna di colore, poteva fare per l’avanzamento della considerazione delle donne di etnie diverse da quella caucasica, è ridotto ad un accenno. Un accenno che illude di aver visto un film complesso e sfumato. Un accenno fatto a parole in una scena tra le due protagoniste che sa di compensazione e non ha conseguenze. Non è un fatto della trama che porta a dei cambiamenti ma un evento che, ci viene detto, è cosa buona. Non lo dobbiamo capire da noi, dobbiamo solo recepire che è così.