Il talento del calabrone, la recensione
Forte di una solida messa in scena, Il talento del calabrone rimane un’ottima prova di regia di Giacomo Cimini, che dimostra un controllo sulla scena e sul ritmo (complice il montaggio) piuttosto raro nel panorama italiano.
È infatti dallo studio di una radio milanese che partono le premesse del dramma. Durante una trasmissione il presuntuoso e montato dj radiofonico Steph (Lorenzo Richelmy) ricevete la chiamata di un ascoltatore, Carlo (Sergio Castellitto), il quale annuncia in diretta che si sta per suicidare. Qualora Steph dovesse riattaccare, Carlo farebbe esplodere la sua macchina, uccidendo chiunque fosse nei paraggi: Steph è allora obbligato a reggergli il gioco, assecondando le sue richieste musicali e un quiz via social. A seguire il caso c’è anche il tenente colonnello Rosa (Anna Foglietta), che da dietro il vetro della regia suggerisce a Steph come comportarsi… fino a che non è lo stesso Steph a perdere la pazienza.
Per questo motivo anche la bella trovata della radio va a perdere d’efficacia, sgonfiandosi mano a mano con il procedere del film. Non c’è un vero gioco sul mezzo che non sia l’esposizione dello stesso (l’essere nello studio): e questo vale anche per i social. Vediamo all’opera i mezzi di comunicazione perché o ci siamo dentro o i personaggi li usano, ma non c’è un vero e proprio ragionamento di linguaggio dietro questi: potrebbero essere sostituibili con qualsiasi altro mezzo, per esempio uno studio televisivo, e l’effetto sarebbe lo stesso.
Forte comunque di una solida messa in scena, Il talento del calabrone rimane un’ottima prova di regia di Giacomo Cimini, che dimostra un controllo sulla scena e sul ritmo (complice il montaggio) piuttosto raro nel panorama italiano.