Iron Man 3, la recensione [2]
Con il terzo film si chiude un ciclo partito benissimo, continuato in maniera deludente e qui arrivato al punto di tradire i presupposti iniziali...
LEGGI ANCHE LA PRIMA RECENSIONE di Andrea Francesco Berni
Già in questo presupposto sta un tradimento dell'idea iniziale che aveva animato (e con grande piacere e successo) il primo film, a modo suo una piccola pietra miliare del genere, capace nel 2008 di dar vita a un canone e un modo di procedere che poi si sarebbe ancor più perfezionato con The Avengers.
Tony Stark, come solo pochissimi altri personaggi cinematografici (vedi James Bond), era caratterizzato dall'avere tutto. Nella sua versione filmica originale non era assolutamente un supereroe con superproblemi, ma come egli stesso dirà in seguito un playboy, filantropo, genio, miliardario (ed eroe). L'intuizione, cinematograficamente, ha funzionato moltissimo, sia nel suddetto primo film che poi in The Avengers (l'unico altro film che abbia avuto il coraggio di replicare tale paradigma).
Ora Iron Man 3 bastona Stark, lo rende un fobico, preda di attacchi di panico, un reduce della guerra vista in The Avengers e soprattutto mette in piedi un film volutamente sbilanciato sul lato della commedia (altrimenti non sarebbe stato chiamato l'autore di Arma letale), trascurando moltissimo la parte di azione. Lo riporta alla genesi, senza nulla, costretto ad arrangiarsi e nell'America profonda (là dove ogni eroe stelle e strisce trova i veri valori, in questo caso incarnati da un bambino!).
Shane Black sceglie di prediligere il grottesco e il clownesco, azzecca molte battute, ha un'idea sensazionale per il Mandarino (l'unica sorpresa vera) e usa un'unica soluzione per risolvere ogni scena (l'armatura fatta di componenti). Aumenta insomma il risultato immediato (risate), diminuendo quello nel lungo periodo (epica). Cammina sul crinale del ridicolo e spesso sconfina non tanto con l'umorismo, quanto con le parti che vorrebbero essere più serie (tutta la trama che dà vita al villain è non solo mal spiegata e piena di buchi ma anche puerile, almeno quanto "l'operazione" finale che riporta tutti all'equilibrio di partenza).
Più in grande il film conferma anche un'altra cosa, che il cinema hollywoodiano mainstream d'azione si sta muovendo sempre di più verso l'impostazione del fumetto, a prescindere dal soggetto. I primi cinefumetti (Spider-man, X-Men) erano a tutti gli effetti scritti seguendo canoni e strutture del cinema, negli ultimi anni sia questi che i film d'azione senza supereroi (vedasi G.I. Joe - La vendetta) sono invece sempre più progettati seguendo il paradigma degli albi a fumetto.
Cosa pensate della recensione di Gabriele Niola? Potete discuterne in questo topic del forum supereroi.