Jumpers, la recensione: animali di tutto il mondo, unitevi
Il nuovo film Pixar parla di protesta, potere e convivenza civile, ma nel tentativo di pacificare il conflitto finisce per lasciare più di un dubbio.
Il mondo è sull’orlo dell’abisso e gli Stati Uniti bruciano, infiammati dalle proteste contro le azioni del loro presidente e dalle reazioni dello stesso. Che c’entra tutto questo con il nuovo film animato Disney? Jumpers, la nuova opera targata Pixar, parla di resistenza attiva, lotta politica, persino di guerriglia, come se fosse una versione animata di Una battaglia dopo l’altra. Perché i bambini – e non solo loro – hanno diritto di capire ciò che accade intorno a loro, anche quando è difficile interpretarlo.
Quando l’ecologia diventa distopia fantascientifica
La trama del film si basa sulla rivalità tra Mabel, una giovane studentessa attivista per l’ambiente, e Jerry, il sindaco della piccola cittadina in cui Mabel vive, che ha basato tutta la sua amministrazione sulla cementificazione delle aree naturali. La ragazza approfitta così dell’esperimento di una sua docente per far entrare la propria mente, come un avatar, nel corpo di un castoro robotico e convincere gli animali a salvare lo stagno. Le conseguenze, però, saranno imprevedibili.
Le premesse ecologiche della sceneggiatura di Jesse Andrews e del regista Daniel Chong evolvono in una distopia fantascientifica in cui, più che la salvaguardia dell’ambiente, si vogliono raccontare le regole della convivenza civile (“Siamo tutti sotto lo stesso cielo”, ripete il castoro George, il re dei mammiferi), il senso di una ribellione, ma anche la pericolosità delle conseguenze di una rivolta compiuta a scapito della politica.Un racconto che preferisce la pacificazione al conflitto
Nonostante la sgradevolezza del personaggio del sindaco Jerry, Jumpers sembra un atto di educazione civica per ribadire l’importanza della politica come confronto, in un’epoca storica in cui sembra esistere soltanto il conflitto. Senza demonizzare quest’ultimo, anzi comprendendo bene le ragioni che spingono Mabel a fare ciò che fa, il film lascia però emergere con evidenza le conseguenze delle sue azioni. E qui casca l’asino.
Il film diretto da Chong sembra infatti più un gesto di pacificazione tra le parti, di conciliazione, che non un racconto della ribellione come atto necessario a smontare le ingiustizie. Mabel è sempre sola, tra gli umani, a protestare, diventando così un personaggio “isterico” – così viene definito a un certo punto – privo di una vera base emotiva per comprendere fino in fondo ciò che sta facendo. Le sue rimostranze, pur legittime, finiscono così per sembrare antidemocratiche in una società in cui tutti appoggiano i piani del sindaco.
Il limite politico del messaggio di Jumpers
Alla fine della fiera, il vero cattivo non è l’uomo che infrange e aggira la legge – naturale o civile – pur di raggiungere i suoi obiettivi, ma chi approfitta della protesta, chi la usa per fare una rivoluzione di cui è difficile non comprendere il senso e, almeno in parte, la giustizia. Così il sindaco diventa quasi un alleato contro il terrore di un rovesciamento del potere, contro la fine della supremazia e dei privilegi della specie umana. Prima del patto sociale finale, la contrapposizione politica sembra ridotta all’accettazione del proprio ruolo: chi ha più potere può fare ciò che vuole, mentre chi non ne ha deve accettarlo.
È un modo superficiale di concepire la politica, persino la stessa democrazia, e di provare a spiegarla ai bambini. Non che a un film Pixar si chieda un manuale sovversivo, ma proprio perché questo è il cuore del discorso dispiace che non sia trattato con la stessa cura dell’articolazione drammaturgica (parecchio riuscita) e della costruzione di un pericolo di morte molto più inquietante e sfaccettato della media – un vero marchio di fabbrica Pixar.
Un film per bambini che lascia dubbi agli adulti
Per non parlare della resa tecnica ed estetica, che ormai diamo per scontata ma che resta uno degli aspetti più notevoli del film: l’alternanza tra fotorealismo da disaster movie, surrealismo alla Looney Tunes (meraviglioso il modo in cui gli animali si rivoltano contro gli umani, citando Gli uccelli o Sharknado) e uno sguardo al marketing, che sostituisce il look da peluche con quello più demenziale degli squishy giapponesi.
I più piccoli saranno probabilmente entusiasti, mentre gli adulti potrebbero restare delusi dalla convenzionalità della prima parte, che segue un canovaccio tipico con gag un po’ banali, per poi riaccendersi dopo il plot twist. Per chi pensa invece che il cinema – anche quello per bambini – non viva in una bolla dorata, resta il dubbio di un’ambiguità che lascia l’amaro in bocca.