L'accident de piano, la recensione: la commedia thriller sull'orrore dell'intrattenimento

Una satira sul capitalismo social e l’intrattenimento come dovere: Quentin Dupieux firma con L’accident de piano uno dei suoi film più lucidi e feroci

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ATTENZIONE: CONTIENE SPOILER

Prendiamo ciò che disse Truffaut riguardo a Hitchcock, ossia che girava le scene d’amore come omicidi e i delitti come scene di seduzione, e sostituiamo l’amore con l’umorismo e la seduzione con le gag: ne verrebbe fuori un possibile ritratto di Quentin Dupieux.

Il compositore elettronico e regista si è fatto strada negli anni, arrivando persino ad aprire il Festival di Cannes nel 2024, grazie a una formula capace di tenere insieme risate paradossali e disagio, facendo emergere da entrambi uno sguardo non banale sul mondo. Da qualche settimana, il suo nuovo film L’accident de piano è arrivato su Mubi ed è uno dei suoi lavori migliori.

Ridere fino al disagio

La protagonista è Adèle Exarchopoulos, alla terza collaborazione con il regista (tra cui la memorabile interpretazione in Mandibules), nei panni di una ricchissima influencer, un po’ erede di Jackass e un po’ Mr. Beast, che non soffre il dolore a causa di una malattia congenita. L’incidente con il piano del titolo, di cui scopriremo la natura poco per volta, la costringe a rifugiarsi per un periodo di stop; ma una giornalista, che ha scoperto la verità, minaccia di rivelare tutto se non le rilascerà un’intervista.

Come sempre, Dupieux scrive in solitaria una storia che, rispetto al solito, punta meno sull’umorismo nero o surreale per rivestire il thriller di paradosso e, nel farlo, raccontare il nuovo capitalismo social, l’epoca dell’esposizione come dovere e anche cosa sia l’arte nel momento storico in cui tutto ha lo scopo di intrattenere.

Adèle e il metodo Von Trier

L’accident du piano è un film più compatto, compiuto ed equilibrato rispetto alla media, ma non si tratta tanto di un merito (essendo gli altri esperimenti della follia, per chi scrive, adorabili) quanto di una scelta: quella di sorvolare in modo ancora più consapevole l’ostico crinale che separa l’ironia dal malessere, mettendo in scena alcuni personaggi variamente sgradevoli che rappresentano l’epitome di ciò che stiamo diventando, compresa la giornalista incarnata da Sandrine Kimberlain. E Dupieux, dietro la lucida tendenza a ridere di tutto, se non di tutti, non cela il disprezzo per questa mutazione socio-antropologica dalla quale non scappa nessuno.

E lo fa con un look da cinema da festival che si auto-distrugge: il formato 3:2 dell’immagine, la fotografia piatta e allucinata dello stesso Dupieux, abile montatore oltre che, ça va sans dire, compositore con il nickname di Mr. Oizo. Soprattutto, lo fa attraverso il personaggio di Magalie e l’interpretazione di Exarchopoulos, che Dupieux tratta, mutatis mutandis, come Von Trier tratta le protagoniste dei suoi film, sottoponendola a tour de force fisici, a punizioni estetiche e a finali scomodi (questo, forse non a caso, finisce come Dancer in the Dark), seguendone i passi e le scelte sempre meno comprensibili e costruendole il personaggio di una donna orrenda che prende coscienza della propria mostruosità in modo “candido”, tanto da condurci a provare una sorta di empatia.

L’accident du piano rivela anche una caratteristica del cinema di Dupieux che spesso passa in secondo piano, ovvero il gusto e la precisione nella scrittura delle scene, delle gag, delle azioni dei personaggi e dei dialoghi, che qui raggiungono l’apice del suo cinema anche perché vanno a braccetto con l’attenzione della regia, andando fino in fondo alle premesse, senza annacquare il discorso e senza sprecare nemmeno un minuto. Oro, di questi tempi.

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