L'ultimo mercenario, la recensione
Agente segreto ma anche padre che da anni non vede il figlio, L'ultimo mercenario, detto "la Bruma" deve salvare la Francia. Mah....
Jean Claude Van Damme contro le parrucche. È dal 2008 che Van Damme porta avanti una stranissima e (ripetitiva) forma di riflessione sulla sua carriera e sul personaggio che ha costruito nel tempo. La porta avanti almeno dal 2008, da JCVD, film che è contemporaneamente un faro che illumina tutti i tentativi successivi ma anche una vetta di onestà e fusione di tra cinema e metacinema a cui non è più arrivato. L’ultimo mercenario si situa tra quello e Jean Claude Van Johnson, la sfortunata serie tv in cui si scopre che Van Damme è un’identità segreta per Van Johnson, un agente segreto che con la copertura dei film risolve questioni internazionali.
Anche qui infatti è un agente segreto (soprannominato la Bruma perché inafferrabile) ma la trama in cui è preso è tra le più stanche possibili.
Tuttavia è proprio l’idea di commedia di questo film a mettere un po’ tristezza. Parrucche, blandi travestimenti, battute da filmetto italiano e mai nessuna vera idea di action comedy (cioè di umorismo all’interno dell’azione) ma solo il desiderio di imitare altri franchise con iniezioni di ironia o fuori posto o semplicemente inefficaci. Come se davvero, ad un certo punto, quella trama strampalata avesse un senso e come se, realmente, ci potessimo emozionare. Decisamente troppo indeciso tra il retaggio vintage del cinema di arti marziali che ha reso famoso Van Damme e la aspirazioni da incasso David Charhon (che già con Due agenti molto speciali aveva dimostrato di non eccellere nel genere) L’ultimo mercenario non centra mai né il punto del film, cioè essere divertente, rapido, veloce, zuccheroso ed esaltante, né il punto di avere un attore come Van Damme, mai davvero sfruttato per quel che sa e può dare ad un film ma più per il personaggio autoironico che ha creato altrove.