L'Uomo di Neve, la recensione
Compresso eccessivamente e con un'evidente sensazione di superficialità, L'Uomo di Neve si salva solo per i suoi valori produttivi e i suoi attori
Forse proprio per questo, Tomas Alfredson, che invece della neve e del freddo aveva fatto un uso impeccabile in Lasciami Entrare, qui sembra quasi in dovere di insistere sugli scenari e sull’ambientazione invece di metterla realmente a frutto in maniere inventive.
Tutto il contrario invece di Rebecca Ferguson e della sua aiutante. Lei coadiuva l’indagine, ha un assurdo macchinario tra modernità e modernariato che si porta sempre appresso e con cui registra tutto (ma elabora anche dati), è bellissima e non teme di usare questa bellezza, e ad un certo punto è chiaro che ha anche una propria agenda, propri fini e obiettivi all’interno di questo caso. Contrariamente al protagonista, lei è un personaggio scritto e rappresentato bene, misterioso con fascino e ogni volta che è inquadrata si desidererebbe saperne di più, ma il film invece persegue un’altra strada.
È evidente che la storia originale dovesse essere più ricca e sfumata (basterebbero anche solo i piccoli dettagli da cui capiamo quanto Harry Hole sia appassionato di musica, senza che però quest’elemento sia mai messo a frutto) ma il film ne propone una versione troppo innocua e generica. Questo piccolo thriller ordinario in cui tutto si conclude con il più usuale degli scontri finali e in cui la morale di piccole persone che cercano di essere per bene in un mondo nero di violenza che piano piano contamina anche il loro cuore, ogni svolta e ogni carattere è così aderente all’immaginario che altri thriller e detective hanno formato da non sortire più nessun effetto.