Luther 5x04 [finale di stagione]: la recensione
Il finale di stagione di Luther riesce a conciliare l'esigenza di dare una degna conclusione allo show e di lasciare uno spiraglio per un possibile sequel
Un fuoco incrociato che lascia cadaveri sul campo, tra cui Benny Silver (Michael Smiley) e Catherine Halliday (Wunmi Mosaku), a conferma del triste destino che ha accompagnato Luther nel corso degli anni: chiunque gli orbiti intorno, prima o poi, finisce per subire danni talvolta irreversibili. In particolare, Halliday ha avuto una brillante evoluzione nel corso delle quattro puntate, facendo spostare l'ago della bilancia del giudizio di Luther da un malcelato disprezzo fino a un'ammirazione quasi affettuosa (stiamo pur sempre parlando di un personaggio ruvido e burbero). Per questo, l'uccisione della ragazza da parte di Alice colpisce con la violenza di un proiettile lo spettatore, oltre a decretare - in modo, se andiamo a ben guardare, un po' facile - il definitivo crollo delle simpatie del pubblico nei confronti della spietata assassina.
La cupezza dell'epilogo viene ampiamente preparata non solo dalle morti di Catherine e di Benny, ma dal "capolavoro" sanguinoso di Jeremy Lake, arrestato solo dopo aver compiuto un massacro e aver scenografato i corpi a formare una macabra "famiglia felice". Va dato atto a quest'ultima stagione di Luther di aver saputo sapientemente bilanciare la presenza della trama legata al caso Lake e gli accadimenti più strettamente privati della vita del protagonista, in uno scambio di tonalità inquietanti reciproco ed efficace. Benché, a una prima occhiata, il finale indulga verso un barocchismo tragico che falcia i personaggi con apparente frettolosità, si tratta della conclusione ideale per una serie che si è configurata da subito come una grande tragedia, in cui i drammi interiori del protagonista riecheggiavano in ogni fotogramma e accadimento.
Vista in quest'ottica, l'ultima stagione di Luther merita un elogio per aver saputo combinare con sapienza tutti gli elementi dei quattro precedenti archi di puntate, confermando lo show di Neil Cross come uno dei prodotti più intrinsecamente corenti della televisione britannica, talvolta incline a cambi di rotta mossi da esigenze che poco o niente hanno a che vedere con la qualità drammaturgica. Non era facile concludere la storia mantenendone l'afflato tragico e, al contempo, lasciando la porta socchiusa a un eventuale prosieguo: questo finale, seppur imperfetto, vi è riuscito senza sacrificare gli elementi cardine della serie, ma anzi confermandone l'essenza più originale e inconfondibile.