Matrimonio a Parigi - la recensione
Senza la minima novità o intenzione di proporre un'idea diversa dal solito arriva l'annuale film "matrimoniale" di Massimo Boldi. Buona fortuna...
Non sono gli abissi intellettuali a spaventare, nè i deserti di senso o gli oceani di pregiudizi. Nemmeno le cascate di doppi sensi da avanspettacolo degli anni '10 o le folate di razzismo. E' la totale assenza di novità. E' quella che ti annienta sotto la poltrona.
Da quando si è separato dalla Filmauro e dal cinepanettone ufficiale (passando da film con Natale nel titolo a film con Matrimonio nel titolo) sono stati loro i primi a beneficiarne: assieme a Boldi hanno perso infatti anche altri personaggi della medesima risma come Fichi d'India, Enzo Salvi e via dicendo. Insomma, la parte più fracassona e infantile che adesso si ammassa nei medesimi prodotti.
Matrimonio a Parigi è architettato come una commedia degli anni '50, in cui gli adulti sono i comici e danno vita a siparietti di incompetenza, cialtronaggine e stupideria varia, mentre i giovani sono i maturi che sviluppano storie d'amore e cercano di trovare un posto nel mondo. Su questo canovaccio l'intreccio intessuto è chiaramente poverissimo (ma davvero non è quello ad infastidire) e ancorato a un senso del comico che si appoggia sulla ripetizione di luoghi comuni riguardo extracomunitari, gay, meridionali e superdotati (nel cast c'è Rocco Siffredi che non interpreta se stesso, ma ugualmente si dà per scontata la sua nota caratteristica fisica).
Sarà stata l'uscita di altre commedie italiane molto popolari, di grande successo e molto carine nell'anno passato, ma mai come questa volta l'annuale film di Boldi mi è sembrato fuori dal tempo.