Memory, la recensione
Manifesto del cinema anziano moderno, non quello girato da anziani né quello nostalgico ma quello che ragiona e si comporta da anziano
La recensione di Memory, il film di Martin Campbell nelle sale dal 16 settembre
Il fatto che la storia sia quella di una persona anziana con problemi da persona anziana, paradossalmente, è quasi un caso. Liam Neeson ovviamente uomo duro e violento, sicario senza pietà, sta perdendo la memoria per via dell’Alzheimer, dei medicinali lo aiutano a rimanere più o meno affidabile ma è chiaro visto il titolo e viste le esigenze della storia che presto o tardi in questa parabola di omicidi su commissione rifiutati e vendetta contro i committenti (rei di non avere più il classico senso del rispetto e dell’onore) arriverà il momento in cui la questione memoria sarà un problema. Ironicamente succederà in extremis come se tutti si fossero dimenticati della cosa fino agli ultimi giorni di lavorazione.
Martin Campbell, 80 anni, già con The Foreigner e The Protege aveva mostrato segni evidenti di invecchiamento filmico, stavolta sembra quasi cercare il cinema anziano a partire innanzitutto dal look. La luce chiara, sempre e ovunque, anche quando si entra negli scantinati, un’illuminazione uniforme unita a scarsa color correction e uno staging degli attori estremamente ordinario (proprio lui che con Casino Royale aveva cambiato tutto solo 16 anni fa). Pure i punti di inquadratura sono ordinari se si eccettuano le scene d’azione dirette dalle seconde unità.