I migliori giorni, la recensione
Film in 4 episodi tutto sull'ipocrisia, declinata in situazioni e contesti diversi, I migliori giorni si perde nelle sue ambizioni
La recensione di I migliori giorni in uscita in sala il 1° gennaio
Film in 4 episodi diretto da Bruno e Leo (due per uno), I migliori giorni utilizza quattro feste comandate (Natale, Capodanno, San Valentino e l’8 marzo) come ambientazione per parlare dell’ipocrisia nella nostra società: l’ipocrisia dei rapporti famigliari in un caso, quella del potere che si professa dalla parte dei bisognosi in un altro, quella dei legami sentimentali convenzionali e infine quella della società nei confronti della posizione della donna. Tuttavia è difficile davvero parlare di questi temi e farlo con ironia (in certi casi, in altri no) con questa scrittura.
Questo è un film pieno di attori (c'è mezzo cinema italiano), i cui episodi sono scritti e diretti da attori o con attori (Leo scrive come sempre con Marco Bonini, Bruno cambia team tra segmento e segmento) in cui sorprendentemente nessuno recita in maniera davvero convincente nonostante tutto sia organizzato intorno a monologhi o lunghe tirate, nonostante tutto sia pensato intorno alla recitazione!
Solo che se nella parte familiare che vorrebbe essere farsa quest'ultima non arriva mai (non c’è la capacità di sfruttare quel meccanismo per gag efficaci), in quella di satira del potere non c’è mai vera cattiveria, in quella sui rapporti sentimentali ci dovrebbe essere grande appeal sessuale che tuttavia non sentiamo mai e infine in quella, allucinante, sulla posizione della donna c’è un uso strumentale della speranza nei "giovanichesonoilnostrofuturo", alla fine ciò che emerge chiaramente è soltanto che I migliori giorni è un film con un’idea molto povera di cosa il cinema possa essere o fare.