Motorvalley, la recensione: quando cuore fa rima con motore

Adrenalina, motori e destini incrociati: Motorvalley trasforma Veloce come il vento in una serie punk rock tra sport, crime e drammi familiari, dimostrando come una storia possa correre su più strade.

Condividi

One Way Or Another. A un certo punto di Motorvalley, la nuova serie firmata da Matteo Rovere e Groenlandia, su Netflix dal 10 febbraio, irrompe la famosa canzone dei Blondie, perfetta per un racconto che vive a una velocità punk rock e racconta la storia di tre personaggi che, in fondo, dentro sono molto punk. Una strada o un’altra, recita il titolo della canzone, ed è ottima per sintetizzare una storia che parla di strade, reali e metaforiche, di curve, di svolte. Ma, in inglese, quel titolo vuol dire soprattutto “in un modo o nell’altro”. E la chiave con la quale entrare in un racconto come Motorvalley è proprio questa: c’è più di un modo per raccontare una storia, partendo dallo stesso spunto. Matteo Rovere, che aveva già declinato un suo racconto sia in film che in serie, con Il Primo Re e Romulus, con Motorvalley riprende il suo film Veloce come il vento del 2016 e ne fa l’archetipo da cui partire per raccontare una storia che diventa qualcos’altro. Motorvalley allora, va seguita certamente perché assicura adrenalina, colpi di scena, drammi pubblici e privati. Ma a anche per capire come una storia può essere raccontata in vari modi. E come, anche in Italia, possiamo prendere una I.P. e farne più cose, proprio come fa l’industria americana. 

Quell’attrazione fatale per la velocità

Ma di cosa parla Motorvalley? Arturo (Luca Argentero), Elena (Giulia Michelini) e Blu (Caterina Forza) hanno perso quasi tutto nella loro vita, ma una cosa li accende ancora: l’amore per le auto e l’adrenalina. Elena, rampolla della Dionisi, proprietaria di una famosa scuderia, deve riconquistare un ruolo nell’impresa di famiglia, ora nelle mani del fratello; assolda Blu, giovane testa calda con un’attrazione fatale per la velocità, e Arturo, ex pilota leggendario ritiratosi dopo un tragico incidente, per allenarla. Ognuno di loro ha un motivo per correre più veloce degli altri. Motorvalley è la storia del loro viaggio attraverso una delle gare automobilistiche più appassionanti: Il Campionato Italiano Gran Turismo (GT) dove le auto e le corse non sono solo una passione da condividere ma anche una ragione di vita, o di morte. 

Due strade diverse per raccontare una storia

In un modo o nell’altro. In una strada o nell’altra. La differenza tra Veloce come il vento e Motorvalley si potrebbe sintetizzare così. Il primo, in fondo, era una strada dritta, con al massimo un paio di curve, un po’ come i circuiti ovali della formula Indy. La protagonista faceva il suo percorso dell’eroe: c’era un campionato da portare fino alla fine, c’erano una serie di gare da portare a termine, possibilmente più veloce degli altri, possibilmente senza uscire di strada. Era essenzialmente una corsa contro se stessi, anche per il coprotagonista, il personaggio di Stefano Accorsi. Motorvalley potrebbe essere un circuito da Formula 1, o da Gran Turismo, visto che è questo campionato che racconta: è un percorso tortuoso, pieno di curve, di chicane, di svolte e di passaggi a cui fare attenzione. Rispetto a un film, che deve raccontare una storia in modo più diretto e lineare, la serialità permette di approfondire. E così Blu Venturi, ma anche gli altri personaggi, lottano con se stessi, ma anche con altri fantasmi, dentro e fuori la pista: i genitori, la famiglia, i soldi, gli errori del passato, quelli del presente, le complicazioni sentimentali e quelle criminali. E, forse, più che quello di un circuito di Formula 1, questo è quello accidentato di un rally. 

È il nostro Fast And Furious?

Sì, c’è anche molto “sterrato”, molto fuori pista in questa nuova serie di Matteo Rovere (che dirige gli episodi, in modo saldo, spettacolare, energetico insieme a Lyda Patitucci e Pippo Mezzapesa). Accanto alla storia principale, che è un classico racconto di epica sportiva, c’è, come detto, una forte trama drammatica, dedicata al rapporto tra genitori e figli e ai segni che la famiglia impone sulle nostre vite. Ma c’è anche una trama crime, legata ai furti d’auto, che nel film di partenza non c’era. Potrà piacervi o no, potreste pensare che serva o meno alla storia, che sarebbe già forte di suo, ma in ogni caso aggiunge adrenalina e, soprattutto, delle scene molto spettacolari fuori dal circuito di gara. Così se potevamo dire, fatte le debite proporzioni, che Veloce come il vento è il nostro Giorni di tuono, possiamo dire che Motorvalley è il nostro Fast And Furious (o, se preferite, il nostro Drive). Qualcosa che nessuno aveva fatto prima, o, almeno, nessuno faceva da lungo tempo. E Matteo Rovere è uno specialista in queste cose. 

Come in Rocky e in Karate Kid

Così, grazie alla trama “crime” nascono sequenze spettacolari, come l’auto che scende in corsa dal camion tra uno sfregare di scintille, e come il salto in moto su un ponte che si sta alzando e aprendo in due. È un vero archetipo del cinema d’azione, e Lyda Patitucci lo realizza in modo impeccabile. Se c’è qualcosa che abbiamo imparato in questi anni è che la frase “questo in Italia non si può fare” non appartiene al vocabolario di Matteo Rovere e del suo team. A proposito di archetipi, Motorvalley ovviamente pesca da quelli del cinema sportivo, come Rocky e Karate Kid. Impossibile non pensare a Rocky IV quando Arturo mette la nostra Blu ad allenarsi in montagna spaccando legna con un’accetta. Ed è impossibile non pensare, in certi momenti in cui li vediamo insieme, come negli allenamenti sul mare, al rapporto tra il Maestro Miyagi e Daniel San in Karate Kid.

Tutto è più accelerato, pericoloso, disperato 

C’è tutto questo, e molto di più, a volte forse fin troppo, in Motorvalley. È una storia ricchissima, piena di colpi di scena, sorprendente e anche sorprendentemente amara, a tratti, molto più di quella che era la storia di Veloce come il vento. Qui è tutto più accelerato, più pericoloso, più disperato. È una storia che si chiude, con un finale compiuto, ma che ovviamente lascia anche spazio a possibili nuove stagioni. In fondo è finito un campionato e un altro sta per iniziare.

Caterina Forza non fa rimpiangere Matilda De Angelis 

Se tutto questo funziona è per la regia e la sceneggiatura. Ma anche per gli attori. Luca Argentero è usato contro ruolo, per un personaggio tratteggiato a chiaroscuri, molto diverso dai bravi ragazzi a cui ci ha abituato, e riesce nell’impresa di tratteggiare un personaggio senza rifare assolutamente quello di Stefano Accorsi in Veloce come il vento. Giulia Michelini è perfetta nel portare in vita un personaggio femminile forte, inedito, lontano da qualsiasi stereotipo, e migliora a ogni interpretazione. E poi c’è lei, Blu Venturi. Caterina Forza riesce nell’impresa di non farci pensare mai a Matilda De Angelis (che era stata una rivelazione in Veloce come il vento) semplicemente perché il suo personaggio vive di una vita nuova, e questo è anche merito suo. Il suo è un volto da bambina, pulito, e allo stesso tempo magnetico, credibile. Un volto che funziona anche quando, in scena, vediamo solo i suoi occhi mentre tutto il resto è avvolto dal casco. L’acconciatura con i capelli rasati da un lato e una striscia blu a segnare la sua personalità contribuiscono a caratterizzare un personaggio originale e riuscito. Aspettiamo la seconda stagione, perché ci siamo affezionati a questi personaggi per cui cuore fa rima con motore. 

Continua a leggere su BadTaste