Re Granchio, la recensione | TFF39
La recensione di Re Granghio, film italiano che guarda dietro di sè, presentato alla Quinzaine di Cannes e ora al Torino Film Fest
Non capita di frequente di trovare qualcuno così onestamente ammirato dai paesaggi che riprende come Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis. Non è un’esagerazione dire che le vicende di Re Granchio sono un grande pretesto per poter filmare quei posti tanto poco è l’interesse per le peripezie del protagonista, al limite del pretestuoso con certi eccessi di fervore politico un po’ naive e in fondo quasi teneri; e tanto invece c’è una capacità di notare anche i dettagli più piccoli e nascosti dei luoghi calpestati, delle montagne, dei prati su cui ci si sdraia. È una visione naturalistica da romanticismo mitteleuropeo a cui siamo poco abituati e che tuttavia si accoppia non benissimo con l’intento del film.
Il film è tutto dislocato in un passato ricostruito in luoghi presenti ma diroccati, i posti sono giusti, l’epoca è sbagliata, come in certi lavori pasoliniani, dove l’anacronismo è voluto. Ma c’è anche un certo modo di sentire la tradizione contadina che viene da Olmi e uno sguardo e una fotografia che paiono uscite dai migliori fratelli Taviani (a essere onesti, dalla maniera in cui Alice Rohrwacher ha rimesso in circolo quelle idee).
Insomma Re Granchio sa bene a che modelli guardare e si vede che nutre una sincera passione per quel tipo di cinema. È capace di generare immagini eccezionali dal potere accattivante e soprattutto dalla reale capacità di far slittare l’ordinarietà del paesaggio naturalistico in una sua versione poetica e per questo romantica.
Quando alla fine sembra voler prendere tutto questo e chiudere con un finale da Werner Herzog, quando sembra cioè voler fare un discorso più brutale sugli istinti umani messi a confronto con una natura che si disinteressa, così bella e pura come il lago del finale che inebria, quando guarda l’oro sul fondo con i granchi, quando inscena la sparatoria in un oceano di sassi, lì Re Granchio sembra emanciparsi e trovare quasi una visione più sensata, sembra capace per un attimo di dialogare con il presente invece di rimpiangere il passato, smette di idolatrare e comincia a mettere in discussione. Lì diventa un buon film perché quel che di ottimo già aveva fatto vedere lo riesce a valorizzare. Peccato che dopo poco finisce.