The Call, la recensione
Assurdo, sgangherato e comunque elegantissimo, il film sudcoreano di Netflix The Call è una delle sorprese horror dell’anno
Immaginiamo che sia un modo per alzare le mani e arrendersi da parte di chi si occupa di mettere i tag su Netflix, e che guardando The Call (guarda il trailer) ha cambiato idea almeno quattro volte nella prima ora: il film dell’esordiente Lee Chung-hyun ci mette parecchio a decidere esattamente che cosa vuole essere, e finché non lo fa si diverte a spiazzare e a sperimentare con generi e linguaggi. A conti fatti, “horror” è probabilmente il termine più adatto, ma arrivarci richiede un giro su uno dei lunapark più assurdi e opulenti del 2020.

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Park Shin-hye, mega-stella della TV coreana che di recente si è vista in un’altra sorpresa del 2020 come #Alive, è Seo-yeon, una generica ragazza coreana che si trasferisce in una villa di campagna insieme alla madre malata termina; il padre non c’è, morto qualche anno prima in un incendio che ha lasciato cicatrici sul corpo e nell’anima di Seo-yeon. Passeggiando tra i corridoi della sua nuova reggia, che impariamo a conoscere a colpi di inquadrature dall’alto, inquadrature simmetriche e lenti carrelli laterali da una stanza all’altra, Seo-yeon scopre un vecchio telefono, lo attacca alla corrente e riceve una chiamata da una sconosciuta; Young-sook (Jun Jong-seo) chiacchierando con la nuova amica scopre che sta parlando con una persona vissuta nella stessa casa vent’anni prima, e che il telefono, per una qualche forma di magia mai esplorata o spiegata, le ha messe in contatto attraverso lo spaziotempo.
“Dove sta l’horror?” vi chiederete giustamente voi. Sta in quello che di fatto è uno studio sui personaggi prima ancora che una storia di viaggi nel tempo: il padre risorto di Seo-yeon è solo il primo tassello del rapporto tra lei e Young-sook, che vive sottomessa a una matrigna convinta che la ffigliastra sia posseduta e che ogni sera cerca di esorcizzarla con metodi più o meno violenti (tendenzialmente più). Il fatto che Seo-yeon abbia un debito con Young-sook e che quest’ultima viva da reclusa nel terrore della matrigna arrivano presto a cozzare, ed è qui che The Call accelera e comincia a sperimentare e a prendersi dei grossi rischi.
Stiamo parlando di un film che si pone non solo la classica domanda da viaggio nel tempo “è possibile cambiare il futuro alterando il passato?”, ma anche il suo contrario, “è possibile cambiare il passato conoscendo il futuro?”. E su questo dualismo continua a giocare, ad aggiungere pezzi, a far succedere cose a Seo-yeon nel presente (o è il futuro?) e a Young-sook nel passato (o è il presente?), mentre tutto intorno ai due centri di gravità il film comincia lentamente a sgretolarsi, gli ambienti perfetti asettici e simmetrici a decadere e marcire, fino a che, una volta che effettivamente succede quello che il film fa capire che prima o poi succederà, The Call prende definitivamente una direzione e abbandona ogni divagazione e ogni dettaglio superfluo.